I Mandarini, funzionari del Celeste Impero

Le la società e le istituzioni cinesi hanno conosciuto una stabilità sorprendente per più di duemila anni, fino all’inizio del nostro secolo, questo è sicuramente dovuto all’esistenza della classe dei mandarini, i funzionari letterati. Grande servitori dello Stato, incaricati dell’intera gestione degli affari pubblici (fiscali, giuridici, giudiziari, economici, militari, lavori pubblici ecc.) i mandarini furono l’ingranaggio essenziale e unitario dello Stato e dell’Impero.

Ciechi ingranaggi del potere imperiale
Questo Stato totalitario, che dirigeva tutte le attività e decideva di tutto, fu anche uno Stato burocratico e centralizzato. “Stato – provvidenza tentacolare, Stato-moloc totalitario” ha scritto Étienne Balazs nella sua preziosa opera, La Burocratie céleste.
Di fatto, questa burocrazia imperiale deteneva un potere assoluto sull’intera società e fin nel più profondo dell’impero. Ma i mandarini erano in primo luogo i rappresentanti dell’imperatore e della sua autorità, e si sa quanto fosse autocratico il potere degli imperatori cinesi. I mandarini venivano formati in modo da essere soltanto i ciechi ingranaggi di questo schiacciante potere imperiale. Tuttavia questo non significa che non fossero investiti di un prestigio immenso, prestigio accresciuto dal fatto che in Cina i funzionari del mandarinato e i letterati della classe intellettuale si sono sempre confuse. Infatti questa classe – l’unica nobiltà riconosciuta – non si basava su privilegi aristocratici ereditari, né sulla proprietà fondiaria né sulla ricchezza, ma sul merito culturale. Il reclutamento in quest’élite era riservato a coloro che erano riusciti in difficili ed estenuanti concorsi.

Un privilegio derivato dai meriti intellettuali
Quindi, tramite i successi personali ai molteplici concorsi e tramite il grande prestigio conferito dall’erudizione, il letterato vincitore si nobilitava da sé. I titoli ereditari esistevano soltanto per i membri della famiglia imperiale e per i discendenti di Confucio, che del resto erano molto poco numerosi, e tutti distribuiti nella sola provincia dello Shandong, culla di questa illustre famiglia da 26 secoli.
Profondamente originale e tipicamente cinese, questa concezione che privilegia i meriti intellettuali su tutti gli altri (ricchezza, nascita ecc.) doveva segnare profondamente l’Europa del XVIII e XIX secolo. I vari movimenti rivoluzionari che nacquero allora in Occidente non mancarono di ispirarvisi. I sistemi di reclutamento tramite concorso stabiliti in Francia dal 1791 in poi, e durante il periodo napoleonico, o in Gran Bretagna, per il reclutamento del suo Civil Service, dopo il 1855 – protraendo l’esperienza messa in atto in India, dal 1800, dalla famosa Compagnia delle Indie orientali – prendevano tutti a modello il sistema cinese dei mandarini.
Così, in Cina, accanto all’universo plebeo delle classi sociali più basse (contadini, artigiani, mercanti) e della classe “vile” degli emarginati (facchini, attori, prostitute ecc.) e prima che emerga, all’inizio del secolo appena passato, una borghesia capitalista, la casta privilegiata dei mandarini o funzionari letterati è stata, per due millenni, la vera e propria armatura, trave maestra della società. Questa specie di oligarchia letteraria, relativamente poco numerosa, era davvero molto potente in Cina; ed è per una vera e propria cooptazione che si rinnovava, dato che era lei stessa a controllare l’insegnamento e l’intero sistema degli esami.
Si organizzava in una doppia gerarchia, civile e militare, e ognuno di questi due rami comprendeva nove livelli, che a loro volta si sdoppiavano in due classi. I viceré e i governatori di provincia, per esempio, erano dei mandarini di 1° rango, mentre i sotto prefetti venivano scelti tra i titolari del 7° grado amministrativo. Quanto ai loro assistenti, all’ultimo gradino di questa gerarchia, erano soltanto piccoli mandarini di 9° grado.
Alcuni particolari della loro pettinatura e dell’abito che portavano consentivano di riconoscerne istantaneamente il rango. Lo statuto, la votazione (e quindi il loro avanzamento e la loro destinazione) tenevano conto delle virtù e delle qualità di cui erano dotati, che venivano giudicate in funzione del credo confuciano. In breve, questa casta tanto singolare, questa nobiltà mobile e continuamente rinnovata, le cui radici molto spesso affondavano tra il popolo, merita tutta la nostra attenzione, perché rivestì un ruolo immensamente importante. I mandarini avevano perfino un diritto di rimostranza nei riguardi del Figlio del Cielo, l’Imperatore! E spesso furono la vera e propria fonte di ispirazione della politica imperiale. Perciò, sotto molti aspetti, anche se il tutto era coronato da un imperatore dai poteri esorbitanti, questo sistema di “burocrazia celeste” fu di fatto piuttosto democratico e precursore.
S’impone una prima osservazione: il termine “mandarino” non è cinese e non ha neppure un equivalente nella lingua di questo paese. Si usavano titoli di ogni genere che si riferivano ai gradi e alle funzioni; a rigore, forse il termine guan funzionario, sarebbe più appropriato. Tutti i dipendenti civili e militari dei servizi un tempo designati con il termine collettivo di bai guan, “le cento funzioni”, portano il nome generico di guanfu, che traduciamo a sua volta con “mandarini”. Questa parola “mandarino” deriva probabilmente dal portoghese “mandar” che significa “comandare, ordinare… mandare a chiamare”. Secondo altri deriverebbe dal termine “mantrin” che, in India e in Malesia, designa il “detentore delle formule”, i famosi mantra del buddhismo tantrico. “Mandarino” deriverebbe quindi dalla deformazione della parola indiana che i portoghesi sentivano nella loro enclave di Goa.
Poco importa: quel che è certo è che non si tratta di un termine cinese.
Per di più si deve chiarire un’ambiguità. Tutti coloro che chiamiamo mandarini, non erano necessariamente membri (civili o militari) dell’amministrazione pubblica, perché non tutti i letterati, diplomati, erano continuamente in carica. Anzi! Molti erano in attesa di un posto o, disponendo di risorse personali (beni e terreni), erano in grado di vivere senza lavorare.
D’altra parte tradurre il termine “mandarino” con “letterato” è comunque troppo vago, bisognerebbe precisare: funzionario-letterato, notabile -letterato, redditiere-benestante ecc. In ciascuno dei nove gradi amministrativi, quelli di classe B, a cui si è già accennato, nonostante i titoli, in genere erano “di riserva”, in attesa di un posto. Così, quando parliamo di mandarini, ricordiamo al tempo stesso i funzionari in carica, con responsabilità effettive, e altri, a “titolo onorario”, che vegetavano in attesa di una designazione o mentre preparavano un concorso per un grado più elevato.
Si diceva che governare il paese significasse osservare e far osservare “le trecento regole cerimoniali e le tremila regole comportamentali”, e le complessità e le sottigliezze del protocollo e dei regolamenti che trattavano dei più svariati argomenti. Il codice morale era fortemente impregnato di confucianesimo e, dall’epoca della dinastia Han, all’inizio dell’era cristiana, l’etichetta e il cerimoniale della corte imperiale avevano ripreso e imposto dei riti che risalivano a tempi arcaici (i culti del cielo e degli antenati, i sacrifici ecc.) nonché tutto il credo confuciano: rispetto dell’autorità e degli anziani, sottomissione assoluta a questi ultimi e alle tradizioni. Verso la fine, con i Qing (1644-1911), e grazie alla diffusione dell’ortodossia neo-confuciana, sulla Cina pesò un vero e proprio ordine morale che poneva in primo piano le virtù di obbedienza e la cieca sottomissione all’autorità. In Cina non era possibile scherzare con quest’ultima. La stabilità dell’impero si otteneva a tale prezzo.
Era raro, un tempo, nell’universo, che la morale su cui si fondava la politica non fosse caratterizzata da un’essenza religiosa o metafisica. Invece in Cina, eccezionalmente, questa morale fu agonistica e si basò su una tecnica e comportamenti che, certamente, erano d’accordo con quella delle religioni più illustri, ma senza essere tuttavia prescritti da queste: buone maniere, gentilezza, riti, virtù ecc. erano dettati dal confucianesimo che, senza essere una religione, era alla base stessa dei concorsi per i mandarini. E questo spiega come mai in tutti i tempi ci sia stato un antagonismo latente tra i mandarini confuciani e i vari cleri (buddhista, taoista, e quindi cristiano, dopo il XVII secolo). L’ideale del mandarino era quello di diventare un “perfetto letterato”, un archetipo, una specie di brav’uomo, savio ed erudito, in grado di “sacrificare la vita per salvare la propria virtù”. E questo, naturalmente, al di fuori delle religioni.

Un severo controllo della vita pubblica
Il primo ruolo dei mandarini era quindi quello di inquadrare e di dirigere il lavoro e la vita del popolo, sia in campagna che in città. Controllavano, coordinavano e dominavano autoritariamente l’intero corpo sociale e l’apparato produttivo. Estremamente gerarchicizzata e ben articolata, la macchina amministrativa era molto efficace e “ben oliata”; lo spirito di sottomissione e la paura di venir denunciati o retrocessi facevano il resto.
Gli ordini partivano dall’amministrazione centrale, nella capitale, e ricadevano come una pioggia fin nei più piccoli villaggi dell’impero, ripercuotendosi a livello di tutti gli strati della società. Sottoposta a un vero e proprio dirigismo di Stato, le decisioni riguardanti l’intera vita sociale ed economica del paese venivano quindi prese in alto loco. In definitiva, con un sistema di mandarinati apparentemente democratico, la Cina è sempre stata laica, socialista e totalitaria, nel senso che nessuno dei settori della vita sociale ed economica sfuggiva al suo potere decisionale e al suo controllo. Semplice ed efficace, la macchina amministrativa risolveva tutti i problemi, decideva a proposito di ogni cosa e in particolare controllava molto da vicino soprattutto il commercio. Una bella continuità, quindi.
A tutti i livelli, funzionari statali, provinciali o locali, dirigevano e controllavano la vita pubblica, gli affari nonché i lavori pubblici (costruzioni di canali, di edifici pubblici, di muraglie difensive ecc.). In ognuna delle capitali provinciali – variate da dieci a venti a seconda delle epoche – lo yamen era la residenza del viceré o del governatore. E il numero di questi naturalmente è cambiato con il tempo; nel secolo scorso si contavano otto viceré e quattordici governatori provinciali. Gli yamen erano spesso delle vere e proprie cittadelle, con sale di ricevimento, residenze, abitazioni, magazzini, armerie, tribunale, prigione ecc. In sintesi, erano la sede di un potere forte e temuto.
Se i mandarini erano relativamente numerosi, coloro che venivano chiamati a governare e ad amministrare erano in numero piuttosto ridotto: circa 27.000 funzionari statali (7.000 dei quali erano militari). La metà di questi erano assegnati alla sola capitale, divisi nelle varie sedi dell’autorità centrale; poco prima della rivolta dei Taiping (1850-1864) il “grande” mandarinato (in carica) contava circa 80.000 persone, e 150.000 dopo; e il “piccolo” mandarinato (di riserva, in attesa), circa 900.000. Così, molti di questi mandarini si trovavano senza un posto e senza competenze ufficiali. Nel 1902, Elysée Reclus forniva dati di questo tipo: “Anche se in Cina non ci saranno più di 40.000 funzionari, tuttavia si conteranno più di un milione di letterati”. Per una popolazione che a quel tempo veniva calcolata in circa 400 milioni di anime, il risultato è un mandarino ogni 400 abitanti, ma un alto funzionario letterato ogni 10.000 abitanti. Alla fine del XVIII secolo, Grosser stimava che il numero degli alti funzionari civili fosse di 100.000; tra loro si contavano 270 funzionari imperiali, mandati in missione in provincia, e 8700 alti funzionari, ugualmente importanti.
Si aveva cura di non mandare questi ispettori imperiali nelle province di cui erano originari, e questo per il loro bene, per evitare qualsiasi nepotismo da parte loro, e ogni altro abuso.
Parallelamente si contavano circa 100.000 mandarini militari.
Pur esistendo parità di titoli tra le gerarchie civili e militari, i mandarini militari non godettero mai di tanto prestigio e di tanta stima quanto i civili e, sempre, dovettero segnare il passo davanti ai primi, perfino quando furono reclutati esclusivamente tra l’etnia mancese, fondatrice dell’ultima dinastia, quella dei Qing. In Cina, nel corso di tutto il secondo millennio, questo antimilitarismo fu tradizionale sia negli ambienti dei letterati che in quelli popolari. Dalla dinastia Song (960-1279) in poi, i mandarini militari provenivano da famiglie meno illustri rispetto a quelle che fornivano regolarmente funzionari civili coronati di grande prestigio. A causa di questa disistima generale, l’esercito aveva problemi nel reclutare, e la maggior parte delle truppe veniva arruolata tra la peggior feccia presente tra il popolo. Questo fatto non contribuiva certo a rivalutarne il buon nome. Del resto, molti ufficiali venivano dalla gavetta: 5.000 dei 7.000 già citati. Gli esami dei funzionari militari davano molta importanza ai testi di strategia e a quelli riguardanti le arti marziali (tiro con l’arco, sport equestri ecc.).

I nove ranghi della gerarchia dei mandarini
I funzionari letterati, civili e militari, si suddividevano in gradi amministrativi, ognuno di due livelli, come abbiamo detto. Si riconoscevano dal globulo (o pomo) delle dimensioni di un uovo di piccione, posto sopra alcune pettinature, e dai pannelli ricamati che, come degli sparati, ornavano il petto degli abiti ufficiali. Ognuno dei nove ranghi dei mandarini civili si distingueva per il tema di questo ricamo: vari tipi di uccelli. E per i militari, emblemi raffiguranti quadrupedi. Questo buzi o pettorale ricamato sullo sparato, mostrava quindi raffigurazioni animali, simboli di pace o di prosperità.
Ecco, brevemente, lo schema di questi segni per ognuno dei nove gradi amministrativi; con il nome dell’animale, tra parentesi, per i mandarini militari.
1° grado: buzi con gru della Manciuria (qilin per i militari); globulo rubino, rosso uniforme.
2° grado: fagiano dorato (leone); globulo rosso corallo cesellato o pietra rossa opaca, scolpita.
3° grado: pavone della Malesia (leopardo); globulo zaffiro o azzurro chiaro trasparente.
4° grado: oca selvaggia (tigre); globulo lapislazzuli o turchese, azzurro chiaro trasparente.
5° grado: fagiano argentato (orso); globulo di cristallo o pietra bianca traslucida.
6° grado: egretta o airone argentato (pantera); globulo di giada bianca o pietra bianca, opaca.
7° grado: anatra mandarina o gallinella acquatica (rinoceronte); globulo di rame dorato e lavorato minuziosamente;
8° grado: quaglia (rinoceronte); globulo uguale a quello del 7° grado.
9° grado: ghiandaia dalla coda lunga (foca); globulo uguale a quello del 7° grado.

La parata dei mandarini
I mandarini in carica avevano anche diritto a onori e vantaggi, come l’uso dei palanchini, con 2, 4, 8 o 12 portatori, a seconda del rango; dei parasoli (uno, due o tre…) dai colori regolamentari. Si riconoscevano inoltre per la cintura rigida, a cerchio, ornata di fibbie e di medaglioni, le cui forme e i cui motivi erano anche in questo caso regolamentari. Alcuni mandarini avevano acquisito l’autorizzazione a fissare al sacrosanto globulo che faceva parte della pettinatura, una lunga e flessibile piuma di pavone, con uno, due o tre occhi (oppure una coda di volpe per i militari). Per manifestare meglio la natura esclusivamente intellettuale della loro vita e il proprio distacco dalle attività manuali e materiali, alcuni si facevano crescere smisuratamente una o più unghie delle mani, unghie che si attorcigliavano e rendevano difficile la presa di qualsiasi oggetto. Particolare questo che colpiva moltissimo le persone che si recavano in Cina.
Per presentarsi a corte, i mandarini portavano, applicata sul petto, una lunga tavoletta d’avorio o di legno laccato, distintivo della loro dignità, con il loro nome e l’elenco dei titoli. Di fronte all’imperatore non dovevano distogliere lo sguardo da questa tavoletta. Inoltre, intorno al collo, si infilavano una collana di 108 perle (numero magico, multiplo di 9 e di origine buddhista), talvolta adornata da altre perle più grosse. Nel suo “Vie quotidienne en Chine sous les Mandchous”, Charles Commeaux ci offre un quadro estremamente vivace, descrivendo l’uscita di un mandarino: “Ogni volta che esce, è accompagnato da una brillante scorta: alabardieri, portatori di fiaccole, guardie a cavallo, palanchino, ventagli, parasoli, servitori di ogni genere che attestano il suo rango elevato. Lui stesso, a cavallo, o portato, ha indosso il costume utflciale, blu o viola, con l’immagine della funzione civile, la gru o qualche altro uccello. Se si tratta di un viceré di provincia, la processione è più solenne. Osserviamo passare il corteo di uno di questi importantissimi personaggi. È composto da un centinaio di uomini. In testa, due timpanisti battono su tamburi di rame. Sono seguiti da otto portainsegna che inalberano i titoli del magistrato su tavolette di legno laccato, e da quattordici alfieri che innalzano stendardi ornati con le insegne del potere, a cominciare dal drago. Sei ufficiali portano la lode del viceré, su blasoni dotati di manico. Poi seguono due servitori, uno con un parasole aperto, l’altro con la sua custodia. Viene quindi la guardia: due arcieri, dei portatori di falce, di mazza, di “serpente di ferro”, di martelli, di asce, di alabarde, di frecce, che precedono il baule in cui è custodito il sigillo del magistrato. Dopo altri due timpanisti, due uscieri dai lunghi bastoni, passa il corteo dei magistrati, armati di fruste, di sciabole lunghe, di catene, coltellacci e sciarpe di seta.
Corteo poco rassicurante, che sottolinea il diritto di vita e di morte del mandatario imperiale. Soltanto allora compare il viceré, portato sulla sua teca dorata da otto servitori. Paggi, valletti e portatori di ventagli lo scortano. Il corteo termina con un nuovo plotone di guardie a cavallo e di domestici carichi degli oggetti di cui necessita il signore: berretto di ricambio, ventagli, borsa del tabacco, scrittoio ecc. Se si sposta di notte, bisogna aggiungere i portatori delle enormi lanterne di carta su cui si possono leggere i titoli del viceré”.

La nobiltà
Esistevano mandarini importantissimi, nobilitati per azioni di guerra o per essersi distinti grazie a eccezionali qualità, nell’esercizio del proprio ufficio. Grazie al favore imperiale e a titolo straordinario, passavano nella categoria superiore, quella dei nobili, gerarchizzata in dodici gradi: esistevano quattro categorie di principi, poi i duchi (il 5° rango), i marchesi (al 6° rango), i conti (7° rango), i visconti, i baroni e i cavalieri (dall’8° al 12° rango). Facevano parte di questa nobiltà i parenti più o meno stretti dell’imperatore, e alcuni mandarini privilegiati, che si distinguevano grazie al favore imperiale.
L’imperatore ne fissava la gerarchia, che del resto non era affatto immutabile. I membri di quest’élite si riconoscevano per il globulo rosso rubino, per le vesti blu e soprattutto per i medaglioni ornati di draghi (per i principi) o per i pannelli ricamati, rettangolari (per gli altri), ornati di draghi visti di fronte e con soltanto quattro artigli (duchi, marchesi e conti) oppure di qilin (visconti), di leoni (baroni), di tigri e leopardi (per i cavalieri di 11° e 12° grado).

mandariniParenti dell’imperatore, questi nobili potevano tuttavia aspirare alle cariche pubbliche soltanto superando regolarmente i concorsi, “come tutti gli altri”! I loro unici privilegi consistevano nel percepire una modica pensione, nel portare una cintura rossa o gialla, nell’ornare i propri berretti con una piuma di pavone e nel prendersi il lusso di avere otto o dodici portatori di palanchino. Di fatto, non avevano alcun peso effettivo all’interno dello Stato, e alcuni mandarini particolari erano perfino incaricati di assoggettarli completamente e perfino di frustarli quando contravvenivano alle regole.
Questa dignità fittizia ed aleatoria faceva sì che il popolo quasi non li considerasse. I veri sostenitori dell’aristocrazia e della nobiltà erano piuttosto i membri di alcune illustri famiglie, dalle quali, da secoli, uscivano regolarmente importanti mandarini. Avendo raggiunto posizioni elevate grazie ai propri meriti e a quella dei propri antenati, i membri di queste famiglie godevano di un innegabile prestigio e di un vero e proprio carisma che li ponevano al di sopra delle leggi.

La piramide dei concorsi
Il reclutamento dei funzionari, dicevamo, avveniva quindi quasi esclusivamente tramite i concorsi. E questo sistema di scelta attraverso gli esami è esistito e perdurato per tredici secoli, dal 587 al 1905; venne soppresso sei anni prima del crollo della dinastia.
A dire il vero la “messa a punto” di questa potente macchina amministrativa sembra risalga a tempi molto anteriori, ovvero al III secolo a.C., e quindi alla fondazione dell’Impero.
Nella corsa ai titoli, aspra e difficoltosa, si distinguevano due livelli principali, e l’ultimo, il concorso finale, aveva luogo nella capitale.
Questi esami facevano parte integrante dei grandi momenti della vita pubblica, e anche tutte le metropoli provinciali possedevano le proprie sedi per gli esami, edifici importanti e curiosi, ad un unico piano, a scacchiera, molto esteso, composto da una moltitudine di piccole celle, studioli individuali, allineati e giustapposti lungo innumerevoli corridoi. Varie migliaia di studenti vi si ritrovavano, inizialmente nell’edificio del proprio capoluogo di distretto, per l’esame di primo grado, e più tardi, per i fortunati eletti vincitori, nella capitale provinciale. Questi edifici contavano dalle 4.000 alle 20.000 celle, a seconda delle province! A Chengdu, per esempio, alla fine del secolo scorso, si contavano circa 20.000 candidate per sessione. Nel 1897, a Shanghai, 14.000 studenti aspiravano ai 150 posti offerti dalla provincia, il che significa un eletto su ogni 94 concorrenti. Un concorso difficile ma aperto a tutti, quindi. Fatta eccezione per gli individui appartenenti alle classi “vili” e disprezzate (attori, agenti di polizia, barbieri, portatori di palanchini, battellieri, carnefici e figli di ribelli, istrioni e prostitute). Ognuno poteva concorrere, nella misura in cui aveva già superato la prima “barriera”, ed era diventato un “talento ornato”, ovvero uno studente qualificato, una specie di “maturo”. Un candidato su dieci otteneva questo primo diploma. Il “talento ornato”, in seguito, aspirava al titolo di “talento promettente”.
Usciti dall’accozzaglia dei comuni mortali, questi “talenti ornati” avevano il diritto di indossare la veste lunga, di calzare degli scarpini e di portare un berretto particolare; ma non avevano ancora nessuna funzione e molti di loro non andavano oltre, aumentando la folla degli inaspriti, dei declassati, che spesso si affiliavano alle molteplici società segrete, sempre estremamente attive in Cina. Poiché non esistevano limiti d’età per presentarsi a questi esami, per tutta la vita questi candidati si cullavano nella speranza di riuscire, un giorno. Pare che alcuni si siano presentati a una ventina di sessioni successive, come il pittore Wen Cheng ming (1470 1559) che per 28 anni si presentò regolarmente alle prove degli esami amministrativi, nella speranza di diventare un giorno funzionario. Alcuni conseguirono la “laurea” a 60 anni, e si incontravano dei “dottorini freschi freschi”… ottuagenari! Molte famiglie, talvolta anche alcuni amici, facevano collette per pagare gli studi a uno di loro. Gli affidavano la missione di riuscire negli esami, per poi diventare funzionario; riponevano in lui tulle le proprie speranze e i propri sogni, tanto era elevato il prestigio (e i vantaggi!) dell’amministrazione.
Coloro che venivano bocciati agli esami diventavano impiegatucci, maestri elementari, precettori, medici, farmacisti, astrologi, geomanti, lettori che declamavano nelle locande le leggende e i resoconti epici. Oppure, nello yamen, alcuni trovavano degli impieghi subalterni come segretari privati di capoufficio, lavori che, anche se non ufficiali, erano pur sempre lucrativi e rispettati. I poeti, i romanzieri e i pittori cercavano nelle città l’appoggio di ricchi proprietari o di mercanti, e coloro che avevano determinate convinzioni religiose si facevano monaci, buddhisti o taoisti. Alcuni, nonostante il grave rischio di venir radiati dalle liste genealogiche del loro paese, calcavano il palcoscenico e diventavano attori. Molti aderivano alle società segrete, come abbiamo già detto.
Questi “respinti” non erano più incapaci degli altri, anzi, in molte occasioni erano ben lungi dall’esserlo, perché gli esami imponevano una tale “preparazione a pappagallo”, una tale pedanteria, un tale formalismo imperniato sull’apprendimento “a memoria” che, tutto sommato, gli spiriti originali avevano problemi ad adattarsi a quella mentalità scolastica e a sottoporsi a una preparazione che aveva come risultato un annientamento della personalità.
L’esame di provincia, triennale, comprendeva tre sessioni di tre giorni ciascuna, e alcuni morivano stremati nella propria esigua celletta. Ricordiamo che i candidati erano di tutte le età.
In programma: frasi e riflessioni di Confucio, di Mencio e di altri savi antichi, da commentare. Niente matematica, né scienze.
La seconda sessione riguardava i cinque classici, i jing o “libri di una dottrina immutabile e costante”, riguardanti anche i riti e le cerimonie.
Alla terza sessione, bisognava redigere cinque memorie riguardanti la Storia e l’arte di governare. Le prove, sorvegliate dall’esercito e da ispettori amministrativi, erano rigorosamente anonime, e la percentuale dei promossi, a questo livello, si situava tra l’1 e il 2%, a seconda degli anni e delle province. I vincitori diventati cheng yuan, studenti titolati, corrispondevano ai baccellieri che un tempo entravano nel chiericato, nel senso medievale del termine; possono essere considerati già dei piccoli mandarini.
Seguiti in istituti scolastici, i progressi di questi baccellieri erano tenuti sotto controllo costante, e i migliori tra loro talvolta venivano mandati, con una borsa di studio, al Collegio imperiale di Pechino, l’Università dei Figli dello Stato, un vero e proprio trampolino di lancio verso la carica di mandarino. Ma gli esami provinciali superiori consentivano anche di progredire parallelamente, e coloro che riuscivano, avevano diritto all’ambito titolo di juren (una specie di laureato). A Nanchino, su 20.000 candidati già selezionati dalla precedente barriera, soltanto 140 diventavano juren, “uomo promosso”.
Per tutta la Cina, alla fine del XIX secolo, venivano selezionati ad ogni sessione 1300 juren, ovvero da 50 a 180 eletti per provincia, a seconda della rispettiva popolazione, dato che ognuna di queste presentava tra i 3000 e i 7000 candidati. Anche queste prove duravano nove giorni di vera e propria carcerazione. I fortunati eletti, l’anno dopo, erano invitati a spese della provincia, a recarsi nella capitale per sostenere l’ultimo concorso.
Anche questi esami definitivi, riservati al juren, e che portavano al “dottorato”, avevano luogo ogni tre anni, verso il mese di giugno. Si svolgevano in tre sessioni, due delle quali avevano luogo nel Palazzo imperiale stesso, sotto la presidenza dell’Imperatore, che talvolta forniva gli argomenti.
A seconda del loro ordine di uscita, questi “dottori arrivati” o jinshi (Letterati perfetti) ricevevano già incarichi importanti. A ogni sessione, circa 3320 di loro, tra i 5000, 7000 candidati, ricevevano quest’ambito titolo. Molti erano ripetenti, bocciati alle sessioni precedenti. Gli ultimi 220 ammessi ricevevano subito posti ufficiali di sottoprefetti o di scribacchini del governo, mentre i primi 100 venivano ammessi alla famosa e prestigiosa Accademia Hanlin, l’Accademia “della Foresta dei Pennelli”, un vero e proprio Istituto da cui uscivano, oltre ai detentori delle cariche più importanti dell’Impero, i 56 Prefetti dell’Alta Corte, incaricati di controllare l’amministrazione nel suo insieme, nonché di giudicare e di biasimare il Figlio del Cielo, l’Imperatore in persona. Capitò che lo richiamassero ai suoi doveri, che lo redarguissero sulla sua vita privata o per qualche trasgressione ai riti.
L’Accademia Hanlin comprendeva 232 membri che si presumeva si perfezionassero ancora per tre anni, nella misura in cui riuscivano a restar dentro; infatti, gli ultimi cento in graduatoria cedevano il proprio posto ai primi cento del concorso imperiale della sessione seguente. Ma poiché non si erano comportati male, questi “ex allievi” dopotutto diventavano esaminatori o redattori delle opere ufficiali. Tra questi Hanlin ci furono varie donne. I membri della prestigiosa accademia portavano per tutta la vita il titolo di Hanlin “Foresta dei Pennelli”.
Ma torniamo al nostro jinshi. Nella sessione di giugno 1884, ad esempio, 6896 candidati aspirarono, per quindici giorni di vera e propria segregazione cellulare, e in piena afa estiva, ai 320 posti di jinshi, o “dottori perfetti”. Il jinshi aveva diritto a un particolare costume e il Major, il primo tra loro, otteneva fin dall’inizio il grado o il titolo di ministro o di viceré, era quindi al vertice della piramide. L’imperatore gli faceva consegnare un abito di gala e ordinava un fastoso banchetto in suo onore. Alcuni ricevettero perfino in matrimonio una delle figlie dell’Imperatore.
Parallelamente agli esami civili, che quindi vertevano sui Classici, sulle nozioni amministrative e sulle doti redazionali dei candidati, esistevano esami militari analoghi, ma naturalmente più imperniati sulle opere di strategia e sugli sport equestri o il tiro con l’arco, come abbiamo già detto. Del resto, a parità di titolo e a qualsiasi livello, un militare non era mai circondato da un prestigio paragonabile a quello dei Letterati, gli aristocratici del sapere. Cosi, quindi, soltanto un candidato sui 56000 di partenza, si cingeva del titolo di “dottore perfetto” o jinshi, che gli apriva le porte del Potere centrale. Come si può capire, pochissimi di questi Letterati diventavano grandi mandarini.

Le altre vie d’accesso al potere dei mandarini
Queste successione di concorsi era l’approccio tradizionale per accedere alla carriera amministrativa ufficiale. Ma esistevano altre vie per diventare mandarini funzionari. Oltre a quella semplice della “raccomandazione” imperiale (tramite un eccezionale favore, l’Imperatore attribuiva una carica a qualcuno), era possibile, in effetti, acquistare un titolo accademico o un diritto d’ammissione alla famosa Università dei Figli dello Stato.
Ma nella propria località. Questi “parvenu” non erano affatto stimati. Baccellieri e studenti universitari “grazie al denaro” (dalle 60 alle 110 once d’argento circa, intorno al 1830) di fatto non facevano altro che acquistare il diritto di presentarsi agli esami di “laurea” e quindi quello di evitare le prime barriere; in seguito dovevano pur sempre fare i loro esami e vincere i concorsi.
Del resto si potevano anche acquistare delle cariche ufficiali: un posto di Primo Segretario della capitale costava 7000 once d’argento, e quello di Sovrintendente circa 12000 once. Si acquistava il titolo, non la funzione; l’impiego non poteva essere assolto, dato che era affidato a un “autentico” funzionario.
Questi commerci di favoritismi universitari e di impieghi ufficiali presentavano il doppio tornaconto di arricchire l’erario, nei momenti difficili, e di guadagnarsi dei difensori del regime nei momenti problematici.
D’altronde, i figli dei mandarini beneficiavano della “spintarella”; il privilegio detto dell’“ombra paterna” consentiva di rendere più liscia la strada dei figli dei mandarini sulla via degli esami, o anche, al termine di questi, di far loro attribuire i posti più invidiati.
Riassumendo possiamo quindi dire che esistevano varie vie d’accesso ai vertici dell’amministrazione; sia ottenendo diplomi universitari, sia tramite favore imperiale, ma soltanto eccezionalmente (con conferimento del titolo senza dover superare alcun esame), sia infine per via ereditaria. In effetti, gli alti mandarini dei primi quattro livelli non potevano trasmettere al figlio la propria carica, ma soltanto una carica subalterna, a un rango estremamente arretrato, in fondo alla gerarchia, quasi “alla casella di partenza”, inclusa tuttavia in questa gerarchia amministrativa a cui era così difficile accedere.

Il mandarinato cemento dell’Impero
Infine, non si possono ricordare i mandarini senza criticare la “loro” corruzione, citare le malversazioni, la concussione, le estorsioni, la frode, la venalità, o senza parlare di altri difetti, ancora più gravi per il paese: il passatismo e il comportamento reazionario, generato dalla formazione tradizionale, fossilizzata, la preparazione “a pappagallo” e la pedanteria dei loro studi. Conservatori esasperati, attaccati al “regolamento”, freneranno l’evoluzione della Cina, particolarmente nel XIX secolo, che vide il paese drammaticamente sclerotizzato. Bloccheranno ostinatamente qualsiasi tentativo di modernizzazione. Questo è vero. Ma indubbiamente si sono anche esagerati i loro difetti e manchevolezze, e sono stati estesi sistematicamente all’intera istituzione dei mandarini gli abusi di potere, le pratiche nocive o gli atteggiamenti reazionari. Indiscutibilmente ci furono anche mandarini onesti e validi, ma alcuni avevano mentalità ristrette e altri erano avidi e venali.
A ogni modo, per due millenni, il ruolo dei mandarini fu immenso e contribuirono moltissimo a unificare culturalmente l’impero. Senza il loro pugno di ferro che salvaguardava tale unità, i particolarismi provinciali e le molteplici fronde dei feudatari che scoppiavano regolarmente ai quattro angoli dell’Impero, quest’ultimo sarebbe andato in pezzi a più riprese, sempre supponendo che fosse sopravvissuto a tutti questi scossoni. Cosa che è ben lungi dall’essere certa. I mandarini, dunque, furono il cemento dell’Impero, la garanzia e la chiave della sua perennità.
Etienne Balazs, grande specialista in materia, ha scritto una pagina chiarificatrice sulla loro importanza nella società cinese: “È una società burocratica, perché la piramide sociale che poggia sull’ampia base contadina, e i cui stadi intermedi ospitano una classe di mercanti e un artigianato poco numeroso, dipendenti, subordinati e poco rispettati, è comandata e determinata dal suo vertice: il mandarinato”.
“La classe dei funzionari letterati (o mandarini) – strato irrilevante per numero, onnipotente per la propria forza, influenza, posizione e prestigio è la sola detentrice del potere, la maggiore proprietaria; possiede tutti i privilegi, e innanzitutto quello di riprodursi; detiene il monopolio dell’istruzione. Non è affatto la proprietà fondiaria, sottoposta a rischi ed effimera, né l’ereditarietà, spesso intaccata, e neppure l’istruzione che conferisce all’intellighenzia il suo incomparabile prestigio. Quest’élite improduttiva trae la propria forza di funzione socialmente necessaria e indispensabile, di coordinare, sorvegliare, dirigere, inquadrare il lavoro produttivo degli altri, di far funzionare tutto l’organismo sociale. Sono i funzionari-letterati che assumono tutte le funzioni di mediazione e amministrative: si occupano del calendario; organizzano i trasporti e gli scambi; controllano la costruzione di strade, canali, dighe e sbarramenti; ordinano tutti i lavori pubblici e in particolare quelli suscettibili di correggere la crudele natura, di prevenire le siccità e le inondazioni; accumulano riserve in caso di carestia e diffondono con tutti i mezzi l’irrigazione.
Sono al tempo stesso gli architetti, gli ingegneri, gli istruttori, gli amministratori e i direttori della società. Questi manager ante litteram sono tuttavia refrattari a qualsiasi specializzazione. Sanno svolgere un unico mestiere, quello di governare”.
Come Mengzi (Mencio), pensano che “coloro che si dedicano alle attività intellettuali, governano gli altri” (e quindi vengono mantenuti da questi).
“Specialisti nell’usare gli altri uomini, esperti nell’arte politica di governare, i funzionari letterati incarnano lo Stato creato a loro immagine: severamente gerarchicizzato, autoritario, paternalista ma tirannico. Stato-provvidenza tentacolare. Stato moloc totalitario…”.
Con l’avvento del comunismo nel 1949, la Cina non sembra aver subito sconvolgimenti particolarmente profondi nel suo funzionamento statale già profondamente socializzato. È bastato semplicemente cambiare il clan dei dirigenti. Autoritarismo, dirigismo, totalitarismo erano già in atto da molto tempo. Soltanto che la dottrina marxista ha sostituito quella confuciana.
Infine, osserva E. Balazs: “Non c’è alcuna classe dominante la cui longevità, ricchezza d’esperienze e il cui successo, potrebbero essere paragonabili a quella del mandarinato… Questa costosa struttura era utile e necessaria. L’omogeneità, la durata e la vitalità della civiltà cinese erano tali a questo prezzo”. L’alternativa era tra la burocrazia celeste e il disordine, bisognava quindi scegliere.

Il sistema dell’assunzione per concorso in Cina
Riprendo gli invii in questa lista col proposito di fare particolare attenzione alla Cina. È una civiltà di cui si conosce poco. In questo Settembre in cui magari uno si cerca un nuovo lavoro, vi segnalo queste notizie circa una delle invenzioni cinesi più durature: l’assunzione per concorso.
Creata per controbilanciare il potere eccessivo dell’aristocrazia militare, l’istituzione aveva preso una forma definitiva sotto i Tang nel VII e nell’VIII secolo (il primo concorso risalirebbe all’anno 606, sotto l’imperatore Yangdi dei Sui).
All’epoca dei Song, il sistema dell’assunzione per concorso raggiungerà la massima perfezione; solo in seguito degenererà divenendo, sotto gli imperi autoritari dei Ming e dei Qing, un meccanismo pesante che ostacolerà, anziché favorire, la promozione sociale.
I candidati, in numero molto ristretto, venivano proposti dalle autorità locali — da uno a tre per prefettura fino al 737 — o provenivano dalle scuole statali stabilite nella capitale. Vi erano differenti tipi di concorsi (erudizione classica, diritto, storia della scrittura, matematiche, capacità militari con prove di tiro e di forza fisica), ma il più prestigioso e il più ricercato era un concorso di cultura generale e di attitudine alla redazione che comportava una prova di poesia. Le riforme adottate sotto i Song, alla fine del X secolo, consistettero nel creare tre livelli in modo da ampliare il reclutamento (concorsi di prefettura, concorsi controllati nella capitale dai segretariato imperiale, concorsi organizzati nel palazzo, in presenza dell’imperatore), nel conservare alla fine un solo tipo di concorso e nel garantire l’obiettività delle prove con varie disposizioni quali l’anonimato delle copie.
Come sotto i Tang e nelle altre epoche della storia, il successo nei concorsi non era necessariamente seguito da una nomina nei quadri dell’amministrazione imperiale, salvo per coloro risultati primi nella lista, i quali facevano una rapida carriera. Altri procedimenti servivano egualmente alla promozione dei funzionari, fra cui un sistema di raccomandazione che rendeva l’autore responsabile delle colpe e degli errori del suo protetto, e il ricorso a note per quanto possibile obiettive.
Lo sviluppo del sistema dei concorsi dall’XI al XIII secolo doveva conferire al corpo dei funzionari civili un peso considerevole nell’organizzazione politica e nella società di quei tempi. In nessun altro periodo della storia, i « mandarini » hanno esercitato un controllo tanto efficace sulla direzione dello stato. Le favorite, le imperatrici e le loro famiglie, gli eunuchi, tutte le persone vicine al sovrano, al corrente degli intrighi del palazzo e che riuscirono in altri momenti a orientare o anche a dirigere di fatto gli affari dello stato, sembrano aver perduto qualsiasi influenza all’epoca dei Song. Gli imperatori stessi svolgono una funzione modesta e lasciano i loro ministri alla ribalta.
Gernet J., “Il mondo cinese,”, Einaudi, pag. 284
Il « sistema degli esami » cinese è descritto per la prima volta da Mendoza nel 1585 e da Monfort de Feynes nel suo Voyage jait par terre depuis Paris jusqu’à la Chine. Ma l’idea dei concorsi d’assunzione per i pubblici impieghi compie rapidi progressi a partire dalla fine del XVIII secolo. Nel suo Despotisme de la Chine (1767), Francois Quesnay propone che il re si faccia assistere da un consiglio di savi reclutati in tutte le classi della società come i mandarini cinesi. L’esempio della Cina non può essere stato interamente estraneo all’istituzione dei concorsi di assunzione da parte della rivoluzione francese nel 1791. Applicata in India dall’East India Company nell’anno 1800, la medesima istituzione si estenderà alla Gran Bretagna nel 1855 con l’adozione degli esami per il reclutamento del Civil Service.
Le istituzioni ereditate dall’impero dei Ming hanno contribuito fortemente al consolidamento del nuovo potere manciù dopo il 1600 e, più di ogni altra cosa, vi ha contribuito la riapertura dei concorsi ufficiali a partire dal 1656. Il fine immediato era di rinnovare il personale politico e amministrativo, ma orientando tutta l’attività e mobilitando tutte le ambizioni delle antiche classi dirigenti, dal livello dei cantoni a quello del potere centrale, i concorsi hanno permesso, a lungo andare, di associarle strettamente all’esercizio del potere. Unica via d’accesso agli onori e alle responsabilità politiche, i concorsi sono serviti ad inculcare le virtù di devozione e di sottomissione indispensabili all’impero autoritario. Essi hanno inaridito nello stesso tempo l’energia delle generazioni diletterati: il carattere artificiale delle prove si era accentuato dopo l’istituzione dei componenti in Otto parti (bagu) che, secondo Gu Yanwu, si sarebbe imposta a partire dal 1487. Tali vani e sterili esercizi stilistici consistevano nello svolgimento in Otto paragrafi del senso di una frase o di un membro di frase tratta da un Classico, a simiglianza delle nostre dissertazioni con introduzione tesi, antitesi, sintesi e conclusione.
Gernet J., “Il mondo cinese,”, Einaudi, pag. 475