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	<title>Rrricerche &#187; admin</title>
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	<description>Ricerche storico e culturali</description>
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		<title>L’antica Abbazia di OGNISSANTI di Valenzano</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2015 14:39:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>L’abbazia fu fondata in località Cuti (Cuti è il nome di una contrada di campagna così denominata per via del terreno molto pietroso) tra il 1061 e il 1078 dall’ abate Eustasio che assieme ad altri monaci benedettini “dissoda e bonifica le terre sterili circostanti” il luogo presso cui sorge il monastero. Eustasio provvide a dotare l’abbazia dei beni materiali necessari a sostentare la comunità benedettina. Per coltivare le terre Eustasio chiama a se “genti rustiche” legandole al monastero con condizioni contrattuali. La consistenza dei beni materiali, che fanno dell’Abbazia un vero e proprio centro di attività economiche , aumenta col passare del tempo , attraverso una serie di offerte e lasciti di privati. I possedimenti agrari della struttura si ingrandiscono trasformandola in una curtis . A partire dal XII secolo sorgono diversi conflitti che portano i monaci a scontrarsi con la curia barese per tutelare la propria indipendenza ,ciò porta ad una decadenza dell’abbazia anche nell’attività economica : se inizialmente i Benedettini hanno saputo amministrare i propri beni in modo da poter acquisire sempre più terre ad un certo punto la comunità monastica passa ad attuare quasi esclusivamente permute e cessioni. Ad esempio nel 1286 i Domenicani di Bari dimoranti presso la Chiesa di San Leonardo, sita in località extra-moenia di Bari, acquisiscono un’area che si trova all’interno delle mura delle città di Bari e che è di proprietà di Ognissanti, a cui offrono , in virtù di permuta , aree proprie. Nel 1295 con una bolla di Bolla [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’abbazia fu fondata in località Cuti (Cuti è il nome di una contrada di campagna così denominata per via del terreno molto pietroso) tra il 1061 e il 1078 dall’ abate Eustasio che assieme ad altri monaci benedettini “dissoda e bonifica le terre sterili circostanti” il luogo presso cui sorge il monastero. Eustasio provvide a dotare l’abbazia dei beni materiali necessari a sostentare la comunità benedettina.<br />
Per coltivare le terre Eustasio chiama a se “genti rustiche” legandole al monastero con condizioni contrattuali. La consistenza dei beni materiali, che fanno dell’Abbazia un vero e proprio centro di attività economiche , aumenta col passare del tempo , attraverso una serie di offerte e lasciti di privati. I possedimenti agrari della struttura si ingrandiscono trasformandola in una curtis .<br />
A partire dal XII secolo sorgono diversi conflitti che portano i monaci a scontrarsi con la curia barese per tutelare la propria indipendenza ,ciò porta ad una decadenza dell’abbazia anche nell’attività economica : se inizialmente i Benedettini hanno saputo amministrare i propri beni in modo da poter acquisire sempre più terre ad un certo punto la comunità monastica passa ad attuare quasi esclusivamente permute e cessioni. Ad esempio nel 1286 i Domenicani di Bari dimoranti presso la Chiesa di San Leonardo, sita in località extra-moenia di Bari, acquisiscono un’area che si trova all’interno delle mura delle città di Bari e che è di proprietà di Ognissanti, a cui offrono , in virtù di permuta , aree proprie.<br />
Nel 1295 con una bolla di Bolla di Bonifacio VIII l’Abbazia viene soppressa ed è unita giuridicamente alla Basilica di San Nicola che acquisisce i beni di proprietà dei Monaci Benedettini (appartenevano ai Benedettini di Ognissanti di Cuti tra gli altri, il piccolo feudo di San Lorenzo a Casamassima- la piccola chiesetta rurale è tuttoggi esistente ed appartiene alla Basilica di San Nicola-, la chiesa di San Sebastiano di Sannicandro con estensioni di terreno coltivato, ed anche un grande territorio nelle campagne di Gioia del Colle, denominato “canalone di Gioia”) i possedimenti si frantumano ma le rendite dell’Abbazia si mantengono ancora consistenti. In una serie di documenti datati tra il 1320 e il 1327 si attesta il reddito non indifferente derivante dagli oliveti di proprietà della chiesa di Ognissanti.<br />
L’abbazia ha svolto un ruolo di primo piano nella vita economica di Valenzano, sia in quanto centro di tipo curtense e sia per l’importante fiera di Tutti i Santi che si svolge a partire dal XV secolo attorno all’edificio monastico dopo che l’abbazia è rientrata nella sfera d’influenza di San Nicola.<br />
Il Real Capitolo Nicolaiano, promuove un’attività di contrattazione che ha come polo attrattivo l’Abbazia di Ognissanti e che mette in moto un flusso monetario che oltrepassa le rigide barriere economiche proprie della curtis. Alla fiera di “Tutti i Santi” accorrono mercanti provenienti dalla Terra d’Otranto, dalla Basilicata e dalla Capitanata. Il Real Capitolo sovrintende alle attività mercantili che si svolgono nell’ambito della fiera, deputando a ricoprire il ruolo di “mastro economico” un suo canonico.<br />
I commercianti per poter negoziare e far affari dovevano pagare una tassa al Capitolo ma per il resto godevano di ampi privilegi essendo esenti da qualsiasi tributo e imposta fiscale. Nei riguardi della fiera di “Tutti i Santi” poiché essa ricade nel territorio del Comune di Valenzano,tra questo e il Capitolo si apre una lunga contesa, dal momento che “l’Università” di Bari, (cosi veniva chiamata un tempo l’amministrazione comunale), non potendo accampare diritti di natura fiscale sulle attività che si svolgono attorno all’abbazia, si vede defraudata della possibilità di rimpinguare l’erario cittadino attraverso una cospicua fonte di reddito.<br />
Il cenobio di Ognissanti viene soppresso nei primi anni del XVI, dopo aver ospitato una comunità di Monaci che per due secoli non riesce a raggiungere nemmeno le dieci unità, ma anche dopo la soppressione la fiera continua a svolgersi, alimentando liti tra l’Università di Valenzano ed il Real Capitolo di San Nicola di Bari. Vi si commerciavano cuoio, lana , frumento, olio, bestiame, formaggio spezie e aromi. L’edificio del monastero, già ridotto in cattive condizioni per l’incuria e l’abbandono, scompare del tutto nella seconda metà del XVIII secolo, quando i frati Alcantarini, per costruire il Santuario della Madonna del Pozzo di Capurso, utilizzano il materiale ricavato dall’abbattimento dei muri dell’abbazia.<br />
Approfittando che numerosi mercanti non disponendo più di posto dove ripararsi dalle intemperie, rinunciano a partecipare alla fiera, la quale comincia a svuotarsi di importanza , il comune di Valenzano fa richiesta all’Intedente di Bari per avere il trasferimento dalla manifestazione all’interno dell’abitato: una prima petizione è del 3 maggio 1810 , una seconda del 17 maggio 1811.<br />
Gioacchino Murat autorizza il trasferimento della fiera all’interno dell’abitato con decreto reale del 3 giugno 1811 e da allora di consueto la fiera di Ognissanti (dalle gloriose origini, come su scritto), si svolge in Valenzano il 1° Novembre richiamando molti visitatori specie dai paesi limitrofi (Adelfia, Casamassima, Capurso ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">P.S.: racconta la tradizione locale che sul luogo dove fu costruita l’Abbazia di Ognissanti, sorgeva un grande tempio pagano dedicato a Tutti i Numi, un Pantheon. Con la venuta del Cristianesimo, sulle rovine del tempio pagano sorse la grande Abbazia dedicata a……………Tutti i Santi.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Rosa RIZZI</strong></p>
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		<title>I Mandarini, funzionari del Celeste Impero</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2015 09:58:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Le la società e le istituzioni cinesi hanno conosciuto una stabilità sorprendente per più di duemila anni, fino all&#8217;inizio del nostro secolo, questo è sicuramente dovuto all&#8217;esistenza della classe dei mandarini, i funzionari letterati. Grande servitori dello Stato, incaricati dell&#8217;intera gestione degli affari pubblici (fiscali, giuridici, giudiziari, economici, militari, lavori pubblici ecc.) i mandarini furono l&#8217;ingranaggio essenziale e unitario dello Stato e dell&#8217;Impero. Ciechi ingranaggi del potere imperiale Questo Stato totalitario, che dirigeva tutte le attività e decideva di tutto, fu anche uno Stato burocratico e centralizzato. &#8220;Stato &#8211; provvidenza tentacolare, Stato-moloc totalitario&#8221; ha scritto Étienne Balazs nella sua preziosa opera, La Burocratie céleste. Di fatto, questa burocrazia imperiale deteneva un potere assoluto sull’intera società e fin nel più profondo dell&#8217;impero. Ma i mandarini erano in primo luogo i rappresentanti dell&#8217;imperatore e della sua autorità, e si sa quanto fosse autocratico il potere degli imperatori cinesi. I mandarini venivano formati in modo da essere soltanto i ciechi ingranaggi di questo schiacciante potere imperiale. Tuttavia questo non significa che non fossero investiti di un prestigio immenso, prestigio accresciuto dal fatto che in Cina i funzionari del mandarinato e i letterati della classe intellettuale si sono sempre confuse. Infatti questa classe &#8211; l&#8217;unica nobiltà riconosciuta &#8211; non si basava su privilegi aristocratici ereditari, né sulla proprietà fondiaria né sulla ricchezza, ma sul merito culturale. Il reclutamento in quest&#8217;élite era riservato a coloro che erano riusciti in difficili ed estenuanti concorsi. Un privilegio derivato dai meriti intellettuali Quindi, tramite i successi personali ai [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le la società e le istituzioni cinesi hanno conosciuto una stabilità sorprendente per più di duemila anni, fino all&#8217;inizio del nostro secolo, questo è sicuramente dovuto all&#8217;esistenza della classe dei mandarini, i funzionari letterati. Grande servitori dello Stato, incaricati dell&#8217;intera gestione degli affari pubblici (fiscali, giuridici, giudiziari, economici, militari, lavori pubblici ecc.) i mandarini furono l&#8217;ingranaggio essenziale e unitario dello Stato e dell&#8217;Impero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciechi ingranaggi del potere imperiale</strong><br />
Questo Stato totalitario, che dirigeva tutte le attività e decideva di tutto, fu anche uno Stato burocratico e centralizzato. &#8220;Stato &#8211; provvidenza tentacolare, Stato-moloc totalitario&#8221; ha scritto Étienne Balazs nella sua preziosa opera, La Burocratie céleste.<br />
Di fatto, questa burocrazia imperiale deteneva un potere assoluto sull’intera società e fin nel più profondo dell&#8217;impero. Ma i mandarini erano in primo luogo i rappresentanti dell&#8217;imperatore e della sua autorità, e si sa quanto fosse autocratico il potere degli imperatori cinesi. I mandarini venivano formati in modo da essere soltanto i ciechi ingranaggi di questo schiacciante potere imperiale. Tuttavia questo non significa che non fossero investiti di un prestigio immenso, prestigio accresciuto dal fatto che in Cina i funzionari del mandarinato e i letterati della classe intellettuale si sono sempre confuse. Infatti questa classe &#8211; l&#8217;unica nobiltà riconosciuta &#8211; non si basava su privilegi aristocratici ereditari, né sulla proprietà fondiaria né sulla ricchezza, ma sul merito culturale. Il reclutamento in quest&#8217;élite era riservato a coloro che erano riusciti in difficili ed estenuanti concorsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un privilegio derivato dai meriti intellettuali</strong><br />
Quindi, tramite i successi personali ai molteplici concorsi e tramite il grande prestigio conferito dall&#8217;erudizione, il letterato vincitore si nobilitava da sé. I titoli ereditari esistevano soltanto per i membri della famiglia imperiale e per i discendenti di Confucio, che del resto erano molto poco numerosi, e tutti distribuiti nella sola provincia dello Shandong, culla di questa illustre famiglia da 26 secoli.<br />
Profondamente originale e tipicamente cinese, questa concezione che privilegia i meriti intellettuali su tutti gli altri (ricchezza, nascita ecc.) doveva segnare profondamente l&#8217;Europa del XVIII e XIX secolo. I vari movimenti rivoluzionari che nacquero allora in Occidente non mancarono di ispirarvisi. I sistemi di reclutamento tramite concorso stabiliti in Francia dal 1791 in poi, e durante il periodo napoleonico, o in Gran Bretagna, per il reclutamento del suo Civil Service, dopo il 1855 &#8211; protraendo l&#8217;esperienza messa in atto in India, dal 1800, dalla famosa Compagnia delle Indie orientali &#8211; prendevano tutti a modello il sistema cinese dei mandarini.<br />
Così, in Cina, accanto all&#8217;universo plebeo delle classi sociali più basse (contadini, artigiani, mercanti) e della classe &#8220;vile&#8221; degli emarginati (facchini, attori, prostitute ecc.) e prima che emerga, all&#8217;inizio del secolo appena passato, una borghesia capitalista, la casta privilegiata dei mandarini o funzionari letterati è stata, per due millenni, la vera e propria armatura, trave maestra della società. Questa specie di oligarchia letteraria, relativamente poco numerosa, era davvero molto potente in Cina; ed è per una vera e propria cooptazione che si rinnovava, dato che era lei stessa a controllare l&#8217;insegnamento e l&#8217;intero sistema degli esami.<br />
Si organizzava in una doppia gerarchia, civile e militare, e ognuno di questi due rami comprendeva nove livelli, che a loro volta si sdoppiavano in due classi. I viceré e i governatori di provincia, per esempio, erano dei mandarini di 1° rango, mentre i sotto prefetti venivano scelti tra i titolari del 7° grado amministrativo. Quanto ai loro assistenti, all&#8217;ultimo gradino di questa gerarchia, erano soltanto piccoli mandarini di 9° grado.<br />
Alcuni particolari della loro pettinatura e dell&#8217;abito che portavano consentivano di riconoscerne istantaneamente il rango. Lo statuto, la votazione (e quindi il loro avanzamento e la loro destinazione) tenevano conto delle virtù e delle qualità di cui erano dotati, che venivano giudicate in funzione del credo confuciano. In breve, questa casta tanto singolare, questa nobiltà mobile e continuamente rinnovata, le cui radici molto spesso affondavano tra il popolo, merita tutta la nostra attenzione, perché rivestì un ruolo immensamente importante. I mandarini avevano perfino un diritto di rimostranza nei riguardi del Figlio del Cielo, l&#8217;Imperatore! E spesso furono la vera e propria fonte di ispirazione della politica imperiale. Perciò, sotto molti aspetti, anche se il tutto era coronato da un imperatore dai poteri esorbitanti, questo sistema di &#8220;burocrazia celeste&#8221; fu di fatto piuttosto democratico e precursore.<br />
S&#8217;impone una prima osservazione: il termine &#8220;mandarino&#8221; non è cinese e non ha neppure un equivalente nella lingua di questo paese. Si usavano titoli di ogni genere che si riferivano ai gradi e alle funzioni; a rigore, forse il termine guan funzionario, sarebbe più appropriato. Tutti i dipendenti civili e militari dei servizi un tempo designati con il termine collettivo di bai guan, &#8220;le cento funzioni&#8221;, portano il nome generico di guanfu, che traduciamo a sua volta con &#8220;mandarini&#8221;. Questa parola &#8220;mandarino&#8221; deriva probabilmente dal portoghese &#8220;mandar&#8221; che significa &#8220;comandare, ordinare&#8230; mandare a chiamare&#8221;. Secondo altri deriverebbe dal termine &#8220;mantrin&#8221; che, in India e in Malesia, designa il &#8220;detentore delle formule&#8221;, i famosi mantra del buddhismo tantrico. &#8220;Mandarino&#8221; deriverebbe quindi dalla deformazione della parola indiana che i portoghesi sentivano nella loro enclave di Goa.<br />
Poco importa: quel che è certo è che non si tratta di un termine cinese.<br />
Per di più si deve chiarire un&#8217;ambiguità. Tutti coloro che chiamiamo mandarini, non erano necessariamente membri (civili o militari) dell&#8217;amministrazione pubblica, perché non tutti i letterati, diplomati, erano continuamente in carica. Anzi! Molti erano in attesa di un posto o, disponendo di risorse personali (beni e terreni), erano in grado di vivere senza lavorare.<br />
D&#8217;altra parte tradurre il termine &#8220;mandarino&#8221; con &#8220;letterato&#8221; è comunque troppo vago, bisognerebbe precisare: funzionario-letterato, notabile -letterato, redditiere-benestante ecc. In ciascuno dei nove gradi amministrativi, quelli di classe B, a cui si è già accennato, nonostante i titoli, in genere erano &#8220;di riserva&#8221;, in attesa di un posto. Così, quando parliamo di mandarini, ricordiamo al tempo stesso i funzionari in carica, con responsabilità effettive, e altri, a &#8220;titolo onorario&#8221;, che vegetavano in attesa di una designazione o mentre preparavano un concorso per un grado più elevato.<br />
Si diceva che governare il paese significasse osservare e far osservare &#8220;le trecento regole cerimoniali e le tremila regole comportamentali&#8221;, e le complessità e le sottigliezze del protocollo e dei regolamenti che trattavano dei più svariati argomenti. Il codice morale era fortemente impregnato di confucianesimo e, dall&#8217;epoca della dinastia Han, all&#8217;inizio dell&#8217;era cristiana, l&#8217;etichetta e il cerimoniale della corte imperiale avevano ripreso e imposto dei riti che risalivano a tempi arcaici (i culti del cielo e degli antenati, i sacrifici ecc.) nonché tutto il credo confuciano: rispetto dell&#8217;autorità e degli anziani, sottomissione assoluta a questi ultimi e alle tradizioni. Verso la fine, con i Qing (1644-1911), e grazie alla diffusione dell&#8217;ortodossia neo-confuciana, sulla Cina pesò un vero e proprio ordine morale che poneva in primo piano le virtù di obbedienza e la cieca sottomissione all&#8217;autorità. In Cina non era possibile scherzare con quest&#8217;ultima. La stabilità dell&#8217;impero si otteneva a tale prezzo.<br />
Era raro, un tempo, nell&#8217;universo, che la morale su cui si fondava la politica non fosse caratterizzata da un&#8217;essenza religiosa o metafisica. Invece in Cina, eccezionalmente, questa morale fu agonistica e si basò su una tecnica e comportamenti che, certamente, erano d&#8217;accordo con quella delle religioni più illustri, ma senza essere tuttavia prescritti da queste: buone maniere, gentilezza, riti, virtù ecc. erano dettati dal confucianesimo che, senza essere una religione, era alla base stessa dei concorsi per i mandarini. E questo spiega come mai in tutti i tempi ci sia stato un antagonismo latente tra i mandarini confuciani e i vari cleri (buddhista, taoista, e quindi cristiano, dopo il XVII secolo). L&#8217;ideale del mandarino era quello di diventare un &#8220;perfetto letterato&#8221;, un archetipo, una specie di brav&#8217;uomo, savio ed erudito, in grado di &#8220;sacrificare la vita per salvare la propria virtù&#8221;. E questo, naturalmente, al di fuori delle religioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un severo controllo della vita pubblica</strong><br />
Il primo ruolo dei mandarini era quindi quello di inquadrare e di dirigere il lavoro e la vita del popolo, sia in campagna che in città. Controllavano, coordinavano e dominavano autoritariamente l&#8217;intero corpo sociale e l&#8217;apparato produttivo. Estremamente gerarchicizzata e ben articolata, la macchina amministrativa era molto efficace e &#8220;ben oliata&#8221;; lo spirito di sottomissione e la paura di venir denunciati o retrocessi facevano il resto.<br />
Gli ordini partivano dall&#8217;amministrazione centrale, nella capitale, e ricadevano come una pioggia fin nei più piccoli villaggi dell&#8217;impero, ripercuotendosi a livello di tutti gli strati della società. Sottoposta a un vero e proprio dirigismo di Stato, le decisioni riguardanti l&#8217;intera vita sociale ed economica del paese venivano quindi prese in alto loco. In definitiva, con un sistema di mandarinati apparentemente democratico, la Cina è sempre stata laica, socialista e totalitaria, nel senso che nessuno dei settori della vita sociale ed economica sfuggiva al suo potere decisionale e al suo controllo. Semplice ed efficace, la macchina amministrativa risolveva tutti i problemi, decideva a proposito di ogni cosa e in particolare controllava molto da vicino soprattutto il commercio. Una bella continuità, quindi.<br />
A tutti i livelli, funzionari statali, provinciali o locali, dirigevano e controllavano la vita pubblica, gli affari nonché i lavori pubblici (costruzioni di canali, di edifici pubblici, di muraglie difensive ecc.). In ognuna delle capitali provinciali &#8211; variate da dieci a venti a seconda delle epoche &#8211; lo yamen era la residenza del viceré o del governatore. E il numero di questi naturalmente è cambiato con il tempo; nel secolo scorso si contavano otto viceré e quattordici governatori provinciali. Gli yamen erano spesso delle vere e proprie cittadelle, con sale di ricevimento, residenze, abitazioni, magazzini, armerie, tribunale, prigione ecc. In sintesi, erano la sede di un potere forte e temuto.<br />
Se i mandarini erano relativamente numerosi, coloro che venivano chiamati a governare e ad amministrare erano in numero piuttosto ridotto: circa 27.000 funzionari statali (7.000 dei quali erano militari). La metà di questi erano assegnati alla sola capitale, divisi nelle varie sedi dell&#8217;autorità centrale; poco prima della rivolta dei Taiping (1850-1864) il &#8220;grande&#8221; mandarinato (in carica) contava circa 80.000 persone, e 150.000 dopo; e il &#8220;piccolo&#8221; mandarinato (di riserva, in attesa), circa 900.000. Così, molti di questi mandarini si trovavano senza un posto e senza competenze ufficiali. Nel 1902, Elysée Reclus forniva dati di questo tipo: &#8220;Anche se in Cina non ci saranno più di 40.000 funzionari, tuttavia si conteranno più di un milione di letterati&#8221;. Per una popolazione che a quel tempo veniva calcolata in circa 400 milioni di anime, il risultato è un mandarino ogni 400 abitanti, ma un alto funzionario letterato ogni 10.000 abitanti. Alla fine del XVIII secolo, Grosser stimava che il numero degli alti funzionari civili fosse di 100.000; tra loro si contavano 270 funzionari imperiali, mandati in missione in provincia, e 8700 alti funzionari, ugualmente importanti.<br />
Si aveva cura di non mandare questi ispettori imperiali nelle province di cui erano originari, e questo per il loro bene, per evitare qualsiasi nepotismo da parte loro, e ogni altro abuso.<br />
Parallelamente si contavano circa 100.000 mandarini militari.<br />
Pur esistendo parità di titoli tra le gerarchie civili e militari, i mandarini militari non godettero mai di tanto prestigio e di tanta stima quanto i civili e, sempre, dovettero segnare il passo davanti ai primi, perfino quando furono reclutati esclusivamente tra l’etnia mancese, fondatrice dell&#8217;ultima dinastia, quella dei Qing. In Cina, nel corso di tutto il secondo millennio, questo antimilitarismo fu tradizionale sia negli ambienti dei letterati che in quelli popolari. Dalla dinastia Song (960-1279) in poi, i mandarini militari provenivano da famiglie meno illustri rispetto a quelle che fornivano regolarmente funzionari civili coronati di grande prestigio. A causa di questa disistima generale, l&#8217;esercito aveva problemi nel reclutare, e la maggior parte delle truppe veniva arruolata tra la peggior feccia presente tra il popolo. Questo fatto non contribuiva certo a rivalutarne il buon nome. Del resto, molti ufficiali venivano dalla gavetta: 5.000 dei 7.000 già citati. Gli esami dei funzionari militari davano molta importanza ai testi di strategia e a quelli riguardanti le arti marziali (tiro con l&#8217;arco, sport equestri ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I nove ranghi della gerarchia dei mandarini</strong><br />
I funzionari letterati, civili e militari, si suddividevano in gradi amministrativi, ognuno di due livelli, come abbiamo detto. Si riconoscevano dal globulo (o pomo) delle dimensioni di un uovo di piccione, posto sopra alcune pettinature, e dai pannelli ricamati che, come degli sparati, ornavano il petto degli abiti ufficiali. Ognuno dei nove ranghi dei mandarini civili si distingueva per il tema di questo ricamo: vari tipi di uccelli. E per i militari, emblemi raffiguranti quadrupedi. Questo buzi o pettorale ricamato sullo sparato, mostrava quindi raffigurazioni animali, simboli di pace o di prosperità.<br />
Ecco, brevemente, lo schema di questi segni per ognuno dei nove gradi amministrativi; con il nome dell&#8217;animale, tra parentesi, per i mandarini militari.<br />
1° grado: buzi con gru della Manciuria (qilin per i militari); globulo rubino, rosso uniforme.<br />
2° grado: fagiano dorato (leone); globulo rosso corallo cesellato o pietra rossa opaca, scolpita.<br />
3° grado: pavone della Malesia (leopardo); globulo zaffiro o azzurro chiaro trasparente.<br />
4° grado: oca selvaggia (tigre); globulo lapislazzuli o turchese, azzurro chiaro trasparente.<br />
5° grado: fagiano argentato (orso); globulo di cristallo o pietra bianca traslucida.<br />
6° grado: egretta o airone argentato (pantera); globulo di giada bianca o pietra bianca, opaca.<br />
7° grado: anatra mandarina o gallinella acquatica (rinoceronte); globulo di rame dorato e lavorato minuziosamente;<br />
8° grado: quaglia (rinoceronte); globulo uguale a quello del 7° grado.<br />
9° grado: ghiandaia dalla coda lunga (foca); globulo uguale a quello del 7° grado.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La parata dei mandarini</strong><br />
I mandarini in carica avevano anche diritto a onori e vantaggi, come l&#8217;uso dei palanchini, con 2, 4, 8 o 12 portatori, a seconda del rango; dei parasoli (uno, due o tre&#8230;) dai colori regolamentari. Si riconoscevano inoltre per la cintura rigida, a cerchio, ornata di fibbie e di medaglioni, le cui forme e i cui motivi erano anche in questo caso regolamentari. Alcuni mandarini avevano acquisito l&#8217;autorizzazione a fissare al sacrosanto globulo che faceva parte della pettinatura, una lunga e flessibile piuma di pavone, con uno, due o tre occhi (oppure una coda di volpe per i militari). Per manifestare meglio la natura esclusivamente intellettuale della loro vita e il proprio distacco dalle attività manuali e materiali, alcuni si facevano crescere smisuratamente una o più unghie delle mani, unghie che si attorcigliavano e rendevano difficile la presa di qualsiasi oggetto. Particolare questo che colpiva moltissimo le persone che si recavano in Cina.<br />
Per presentarsi a corte, i mandarini portavano, applicata sul petto, una lunga tavoletta d&#8217;avorio o di legno laccato, distintivo della loro dignità, con il loro nome e l&#8217;elenco dei titoli. Di fronte all&#8217;imperatore non dovevano distogliere lo sguardo da questa tavoletta. Inoltre, intorno al collo, si infilavano una collana di 108 perle (numero magico, multiplo di 9 e di origine buddhista), talvolta adornata da altre perle più grosse. Nel suo &#8220;Vie quotidienne en Chine sous les Mandchous&#8221;, Charles Commeaux ci offre un quadro estremamente vivace, descrivendo l&#8217;uscita di un mandarino: &#8220;Ogni volta che esce, è accompagnato da una brillante scorta: alabardieri, portatori di fiaccole, guardie a cavallo, palanchino, ventagli, parasoli, servitori di ogni genere che attestano il suo rango elevato. Lui stesso, a cavallo, o portato, ha indosso il costume utflciale, blu o viola, con l&#8217;immagine della funzione civile, la gru o qualche altro uccello. Se si tratta di un viceré di provincia, la processione è più solenne. Osserviamo passare il corteo di uno di questi importantissimi personaggi. È composto da un centinaio di uomini. In testa, due timpanisti battono su tamburi di rame. Sono seguiti da otto portainsegna che inalberano i titoli del magistrato su tavolette di legno laccato, e da quattordici alfieri che innalzano stendardi ornati con le insegne del potere, a cominciare dal drago. Sei ufficiali portano la lode del viceré, su blasoni dotati di manico. Poi seguono due servitori, uno con un parasole aperto, l&#8217;altro con la sua custodia. Viene quindi la guardia: due arcieri, dei portatori di falce, di mazza, di “serpente di ferro”, di martelli, di asce, di alabarde, di frecce, che precedono il baule in cui è custodito il sigillo del magistrato. Dopo altri due timpanisti, due uscieri dai lunghi bastoni, passa il corteo dei magistrati, armati di fruste, di sciabole lunghe, di catene, coltellacci e sciarpe di seta.<br />
Corteo poco rassicurante, che sottolinea il diritto di vita e di morte del mandatario imperiale. Soltanto allora compare il viceré, portato sulla sua teca dorata da otto servitori. Paggi, valletti e portatori di ventagli lo scortano. Il corteo termina con un nuovo plotone di guardie a cavallo e di domestici carichi degli oggetti di cui necessita il signore: berretto di ricambio, ventagli, borsa del tabacco, scrittoio ecc. Se si sposta di notte, bisogna aggiungere i portatori delle enormi lanterne di carta su cui si possono leggere i titoli del viceré&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La nobiltà</strong><br />
Esistevano mandarini importantissimi, nobilitati per azioni di guerra o per essersi distinti grazie a eccezionali qualità, nell&#8217;esercizio del proprio ufficio. Grazie al favore imperiale e a titolo straordinario, passavano nella categoria superiore, quella dei nobili, gerarchizzata in dodici gradi: esistevano quattro categorie di principi, poi i duchi (il 5° rango), i marchesi (al 6° rango), i conti (7° rango), i visconti, i baroni e i cavalieri (dall&#8217;8° al 12° rango). Facevano parte di questa nobiltà i parenti più o meno stretti dell&#8217;imperatore, e alcuni mandarini privilegiati, che si distinguevano grazie al favore imperiale.<br />
L&#8217;imperatore ne fissava la gerarchia, che del resto non era affatto immutabile. I membri di quest&#8217;élite si riconoscevano per il globulo rosso rubino, per le vesti blu e soprattutto per i medaglioni ornati di draghi (per i principi) o per i pannelli ricamati, rettangolari (per gli altri), ornati di draghi visti di fronte e con soltanto quattro artigli (duchi, marchesi e conti) oppure di qilin (visconti), di leoni (baroni), di tigri e leopardi (per i cavalieri di 11° e 12° grado).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.rrricerche.com/wp-content/uploads/2015/01/mandarini.jpg"><img class=" size-medium wp-image-131 alignleft" src="http://www.rrricerche.com/wp-content/uploads/2015/01/mandarini-178x300.jpg" alt="mandarini" width="178" height="300" /></a>Parenti dell&#8217;imperatore, questi nobili potevano tuttavia aspirare alle cariche pubbliche soltanto superando regolarmente i concorsi, “come tutti gli altri”! I loro unici privilegi consistevano nel percepire una modica pensione, nel portare una cintura rossa o gialla, nell&#8217;ornare i propri berretti con una piuma di pavone e nel prendersi il lusso di avere otto o dodici portatori di palanchino. Di fatto, non avevano alcun peso effettivo all&#8217;interno dello Stato, e alcuni mandarini particolari erano perfino incaricati di assoggettarli completamente e perfino di frustarli quando contravvenivano alle regole.<br />
Questa dignità fittizia ed aleatoria faceva sì che il popolo quasi non li considerasse. I veri sostenitori dell&#8217;aristocrazia e della nobiltà erano piuttosto i membri di alcune illustri famiglie, dalle quali, da secoli, uscivano regolarmente importanti mandarini. Avendo raggiunto posizioni elevate grazie ai propri meriti e a quella dei propri antenati, i membri di queste famiglie godevano di un innegabile prestigio e di un vero e proprio carisma che li ponevano al di sopra delle leggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La piramide dei concorsi</strong><br />
Il reclutamento dei funzionari, dicevamo, avveniva quindi quasi esclusivamente tramite i concorsi. E questo sistema di scelta attraverso gli esami è esistito e perdurato per tredici secoli, dal 587 al 1905; venne soppresso sei anni prima del crollo della dinastia.<br />
A dire il vero la “messa a punto” di questa potente macchina amministrativa sembra risalga a tempi molto anteriori, ovvero al III secolo a.C., e quindi alla fondazione dell&#8217;Impero.<br />
Nella corsa ai titoli, aspra e difficoltosa, si distinguevano due livelli principali, e l&#8217;ultimo, il concorso finale, aveva luogo nella capitale.<br />
Questi esami facevano parte integrante dei grandi momenti della vita pubblica, e anche tutte le metropoli provinciali possedevano le proprie sedi per gli esami, edifici importanti e curiosi, ad un unico piano, a scacchiera, molto esteso, composto da una moltitudine di piccole celle, studioli individuali, allineati e giustapposti lungo innumerevoli corridoi. Varie migliaia di studenti vi si ritrovavano, inizialmente nell&#8217;edificio del proprio capoluogo di distretto, per l&#8217;esame di primo grado, e più tardi, per i fortunati eletti vincitori, nella capitale provinciale. Questi edifici contavano dalle 4.000 alle 20.000 celle, a seconda delle province! A Chengdu, per esempio, alla fine del secolo scorso, si contavano circa 20.000 candidate per sessione. Nel 1897, a Shanghai, 14.000 studenti aspiravano ai 150 posti offerti dalla provincia, il che significa un eletto su ogni 94 concorrenti. Un concorso difficile ma aperto a tutti, quindi. Fatta eccezione per gli individui appartenenti alle classi “vili” e disprezzate (attori, agenti di polizia, barbieri, portatori di palanchini, battellieri, carnefici e figli di ribelli, istrioni e prostitute). Ognuno poteva concorrere, nella misura in cui aveva già superato la prima “barriera”, ed era diventato un “talento ornato”, ovvero uno studente qualificato, una specie di “maturo”. Un candidato su dieci otteneva questo primo diploma. Il “talento ornato”, in seguito, aspirava al titolo di “talento promettente”.<br />
Usciti dall&#8217;accozzaglia dei comuni mortali, questi &#8220;talenti ornati&#8221; avevano il diritto di indossare la veste lunga, di calzare degli scarpini e di portare un berretto particolare; ma non avevano ancora nessuna funzione e molti di loro non andavano oltre, aumentando la folla degli inaspriti, dei declassati, che spesso si affiliavano alle molteplici società segrete, sempre estremamente attive in Cina. Poiché non esistevano limiti d&#8217;età per presentarsi a questi esami, per tutta la vita questi candidati si cullavano nella speranza di riuscire, un giorno. Pare che alcuni si siano presentati a una ventina di sessioni successive, come il pittore Wen Cheng ming (1470 1559) che per 28 anni si presentò regolarmente alle prove degli esami amministrativi, nella speranza di diventare un giorno funzionario. Alcuni conseguirono la “laurea” a 60 anni, e si incontravano dei “dottorini freschi freschi”&#8230; ottuagenari! Molte famiglie, talvolta anche alcuni amici, facevano collette per pagare gli studi a uno di loro. Gli affidavano la missione di riuscire negli esami, per poi diventare funzionario; riponevano in lui tulle le proprie speranze e i propri sogni, tanto era elevato il prestigio (e i vantaggi!) dell&#8217;amministrazione.<br />
Coloro che venivano bocciati agli esami diventavano impiegatucci, maestri elementari, precettori, medici, farmacisti, astrologi, geomanti, lettori che declamavano nelle locande le leggende e i resoconti epici. Oppure, nello yamen, alcuni trovavano degli impieghi subalterni come segretari privati di capoufficio, lavori che, anche se non ufficiali, erano pur sempre lucrativi e rispettati. I poeti, i romanzieri e i pittori cercavano nelle città l&#8217;appoggio di ricchi proprietari o di mercanti, e coloro che avevano determinate convinzioni religiose si facevano monaci, buddhisti o taoisti. Alcuni, nonostante il grave rischio di venir radiati dalle liste genealogiche del loro paese, calcavano il palcoscenico e diventavano attori. Molti aderivano alle società segrete, come abbiamo già detto.<br />
Questi &#8220;respinti&#8221; non erano più incapaci degli altri, anzi, in molte occasioni erano ben lungi dall&#8217;esserlo, perché gli esami imponevano una tale “preparazione a pappagallo”, una tale pedanteria, un tale formalismo imperniato sull&#8217;apprendimento “a memoria” che, tutto sommato, gli spiriti originali avevano problemi ad adattarsi a quella mentalità scolastica e a sottoporsi a una preparazione che aveva come risultato un annientamento della personalità.<br />
L&#8217;esame di provincia, triennale, comprendeva tre sessioni di tre giorni ciascuna, e alcuni morivano stremati nella propria esigua celletta. Ricordiamo che i candidati erano di tutte le età.<br />
In programma: frasi e riflessioni di Confucio, di Mencio e di altri savi antichi, da commentare. Niente matematica, né scienze.<br />
La seconda sessione riguardava i cinque classici, i jing o &#8220;libri di una dottrina immutabile e costante&#8221;, riguardanti anche i riti e le cerimonie.<br />
Alla terza sessione, bisognava redigere cinque memorie riguardanti la Storia e l&#8217;arte di governare. Le prove, sorvegliate dall&#8217;esercito e da ispettori amministrativi, erano rigorosamente anonime, e la percentuale dei promossi, a questo livello, si situava tra l&#8217;1 e il 2%, a seconda degli anni e delle province. I vincitori diventati cheng yuan, studenti titolati, corrispondevano ai baccellieri che un tempo entravano nel chiericato, nel senso medievale del termine; possono essere considerati già dei piccoli mandarini.<br />
Seguiti in istituti scolastici, i progressi di questi baccellieri erano tenuti sotto controllo costante, e i migliori tra loro talvolta venivano mandati, con una borsa di studio, al Collegio imperiale di Pechino, l&#8217;Università dei Figli dello Stato, un vero e proprio trampolino di lancio verso la carica di mandarino. Ma gli esami provinciali superiori consentivano anche di progredire parallelamente, e coloro che riuscivano, avevano diritto all&#8217;ambito titolo di juren (una specie di laureato). A Nanchino, su 20.000 candidati già selezionati dalla precedente barriera, soltanto 140 diventavano juren, “uomo promosso”.<br />
Per tutta la Cina, alla fine del XIX secolo, venivano selezionati ad ogni sessione 1300 juren, ovvero da 50 a 180 eletti per provincia, a seconda della rispettiva popolazione, dato che ognuna di queste presentava tra i 3000 e i 7000 candidati. Anche queste prove duravano nove giorni di vera e propria carcerazione. I fortunati eletti, l&#8217;anno dopo, erano invitati a spese della provincia, a recarsi nella capitale per sostenere l&#8217;ultimo concorso.<br />
Anche questi esami definitivi, riservati al juren, e che portavano al “dottorato”, avevano luogo ogni tre anni, verso il mese di giugno. Si svolgevano in tre sessioni, due delle quali avevano luogo nel Palazzo imperiale stesso, sotto la presidenza dell&#8217;Imperatore, che talvolta forniva gli argomenti.<br />
A seconda del loro ordine di uscita, questi “dottori arrivati” o jinshi (Letterati perfetti) ricevevano già incarichi importanti. A ogni sessione, circa 3320 di loro, tra i 5000, 7000 candidati, ricevevano quest&#8217;ambito titolo. Molti erano ripetenti, bocciati alle sessioni precedenti. Gli ultimi 220 ammessi ricevevano subito posti ufficiali di sottoprefetti o di scribacchini del governo, mentre i primi 100 venivano ammessi alla famosa e prestigiosa Accademia Hanlin, l&#8217;Accademia “della Foresta dei Pennelli”, un vero e proprio Istituto da cui uscivano, oltre ai detentori delle cariche più importanti dell&#8217;Impero, i 56 Prefetti dell&#8217;Alta Corte, incaricati di controllare l&#8217;amministrazione nel suo insieme, nonché di giudicare e di biasimare il Figlio del Cielo, l&#8217;Imperatore in persona. Capitò che lo richiamassero ai suoi doveri, che lo redarguissero sulla sua vita privata o per qualche trasgressione ai riti.<br />
L&#8217;Accademia Hanlin comprendeva 232 membri che si presumeva si perfezionassero ancora per tre anni, nella misura in cui riuscivano a restar dentro; infatti, gli ultimi cento in graduatoria cedevano il proprio posto ai primi cento del concorso imperiale della sessione seguente. Ma poiché non si erano comportati male, questi “ex allievi” dopotutto diventavano esaminatori o redattori delle opere ufficiali. Tra questi Hanlin ci furono varie donne. I membri della prestigiosa accademia portavano per tutta la vita il titolo di Hanlin “Foresta dei Pennelli”.<br />
Ma torniamo al nostro jinshi. Nella sessione di giugno 1884, ad esempio, 6896 candidati aspirarono, per quindici giorni di vera e propria segregazione cellulare, e in piena afa estiva, ai 320 posti di jinshi, o “dottori perfetti”. Il jinshi aveva diritto a un particolare costume e il Major, il primo tra loro, otteneva fin dall&#8217;inizio il grado o il titolo di ministro o di viceré, era quindi al vertice della piramide. L&#8217;imperatore gli faceva consegnare un abito di gala e ordinava un fastoso banchetto in suo onore. Alcuni ricevettero perfino in matrimonio una delle figlie dell&#8217;Imperatore.<br />
Parallelamente agli esami civili, che quindi vertevano sui Classici, sulle nozioni amministrative e sulle doti redazionali dei candidati, esistevano esami militari analoghi, ma naturalmente più imperniati sulle opere di strategia e sugli sport equestri o il tiro con l&#8217;arco, come abbiamo già detto. Del resto, a parità di titolo e a qualsiasi livello, un militare non era mai circondato da un prestigio paragonabile a quello dei Letterati, gli aristocratici del sapere. Cosi, quindi, soltanto un candidato sui 56000 di partenza, si cingeva del titolo di “dottore perfetto” o jinshi, che gli apriva le porte del Potere centrale. Come si può capire, pochissimi di questi Letterati diventavano grandi mandarini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le altre vie d&#8217;accesso al potere dei mandarini</strong><br />
Queste successione di concorsi era l&#8217;approccio tradizionale per accedere alla carriera amministrativa ufficiale. Ma esistevano altre vie per diventare mandarini funzionari. Oltre a quella semplice della “raccomandazione” imperiale (tramite un eccezionale favore, l&#8217;Imperatore attribuiva una carica a qualcuno), era possibile, in effetti, acquistare un titolo accademico o un diritto d&#8217;ammissione alla famosa Università dei Figli dello Stato.<br />
Ma nella propria località. Questi “parvenu” non erano affatto stimati. Baccellieri e studenti universitari “grazie al denaro” (dalle 60 alle 110 once d’argento circa, intorno al 1830) di fatto non facevano altro che acquistare il diritto di presentarsi agli esami di “laurea” e quindi quello di evitare le prime barriere; in seguito dovevano pur sempre fare i loro esami e vincere i concorsi.<br />
Del resto si potevano anche acquistare delle cariche ufficiali: un posto di Primo Segretario della capitale costava 7000 once d&#8217;argento, e quello di Sovrintendente circa 12000 once. Si acquistava il titolo, non la funzione; l’impiego non poteva essere assolto, dato che era affidato a un “autentico” funzionario.<br />
Questi commerci di favoritismi universitari e di impieghi ufficiali presentavano il doppio tornaconto di arricchire l&#8217;erario, nei momenti difficili, e di guadagnarsi dei difensori del regime nei momenti problematici.<br />
D&#8217;altronde, i figli dei mandarini beneficiavano della “spintarella”; il privilegio detto dell’“ombra paterna” consentiva di rendere più liscia la strada dei figli dei mandarini sulla via degli esami, o anche, al termine di questi, di far loro attribuire i posti più invidiati.<br />
Riassumendo possiamo quindi dire che esistevano varie vie d&#8217;accesso ai vertici dell&#8217;amministrazione; sia ottenendo diplomi universitari, sia tramite favore imperiale, ma soltanto eccezionalmente (con conferimento del titolo senza dover superare alcun esame), sia infine per via ereditaria. In effetti, gli alti mandarini dei primi quattro livelli non potevano trasmettere al figlio la propria carica, ma soltanto una carica subalterna, a un rango estremamente arretrato, in fondo alla gerarchia, quasi “alla casella di partenza”, inclusa tuttavia in questa gerarchia amministrativa a cui era così difficile accedere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il mandarinato cemento dell&#8217;Impero</strong><br />
Infine, non si possono ricordare i mandarini senza criticare la “loro” corruzione, citare le malversazioni, la concussione, le estorsioni, la frode, la venalità, o senza parlare di altri difetti, ancora più gravi per il paese: il passatismo e il comportamento reazionario, generato dalla formazione tradizionale, fossilizzata, la preparazione “a pappagallo” e la pedanteria dei loro studi. Conservatori esasperati, attaccati al “regolamento”, freneranno l&#8217;evoluzione della Cina, particolarmente nel XIX secolo, che vide il paese drammaticamente sclerotizzato. Bloccheranno ostinatamente qualsiasi tentativo di modernizzazione. Questo è vero. Ma indubbiamente si sono anche esagerati i loro difetti e manchevolezze, e sono stati estesi sistematicamente all&#8217;intera istituzione dei mandarini gli abusi di potere, le pratiche nocive o gli atteggiamenti reazionari. Indiscutibilmente ci furono anche mandarini onesti e validi, ma alcuni avevano mentalità ristrette e altri erano avidi e venali.<br />
A ogni modo, per due millenni, il ruolo dei mandarini fu immenso e contribuirono moltissimo a unificare culturalmente l&#8217;impero. Senza il loro pugno di ferro che salvaguardava tale unità, i particolarismi provinciali e le molteplici fronde dei feudatari che scoppiavano regolarmente ai quattro angoli dell&#8217;Impero, quest&#8217;ultimo sarebbe andato in pezzi a più riprese, sempre supponendo che fosse sopravvissuto a tutti questi scossoni. Cosa che è ben lungi dall&#8217;essere certa. I mandarini, dunque, furono il cemento dell&#8217;Impero, la garanzia e la chiave della sua perennità.<br />
Etienne Balazs, grande specialista in materia, ha scritto una pagina chiarificatrice sulla loro importanza nella società cinese: “È una società burocratica, perché la piramide sociale che poggia sull&#8217;ampia base contadina, e i cui stadi intermedi ospitano una classe di mercanti e un artigianato poco numeroso, dipendenti, subordinati e poco rispettati, è comandata e determinata dal suo vertice: il mandarinato”.<br />
“La classe dei funzionari letterati (o mandarini) &#8211; strato irrilevante per numero, onnipotente per la propria forza, influenza, posizione e prestigio è la sola detentrice del potere, la maggiore proprietaria; possiede tutti i privilegi, e innanzitutto quello di riprodursi; detiene il monopolio dell&#8217;istruzione. Non è affatto la proprietà fondiaria, sottoposta a rischi ed effimera, né l&#8217;ereditarietà, spesso intaccata, e neppure l&#8217;istruzione che conferisce all&#8217;intellighenzia il suo incomparabile prestigio. Quest&#8217;élite improduttiva trae la propria forza di funzione socialmente necessaria e indispensabile, di coordinare, sorvegliare, dirigere, inquadrare il lavoro produttivo degli altri, di far funzionare tutto l&#8217;organismo sociale. Sono i funzionari-letterati che assumono tutte le funzioni di mediazione e amministrative: si occupano del calendario; organizzano i trasporti e gli scambi; controllano la costruzione di strade, canali, dighe e sbarramenti; ordinano tutti i lavori pubblici e in particolare quelli suscettibili di correggere la crudele natura, di prevenire le siccità e le inondazioni; accumulano riserve in caso di carestia e diffondono con tutti i mezzi l&#8217;irrigazione.<br />
Sono al tempo stesso gli architetti, gli ingegneri, gli istruttori, gli amministratori e i direttori della società. Questi manager ante litteram sono tuttavia refrattari a qualsiasi specializzazione. Sanno svolgere un unico mestiere, quello di governare”.<br />
Come Mengzi (Mencio), pensano che “coloro che si dedicano alle attività intellettuali, governano gli altri” (e quindi vengono mantenuti da questi).<br />
“Specialisti nell&#8217;usare gli altri uomini, esperti nell&#8217;arte politica di governare, i funzionari letterati incarnano lo Stato creato a loro immagine: severamente gerarchicizzato, autoritario, paternalista ma tirannico. Stato-provvidenza tentacolare. Stato moloc totalitario&#8230;”.<br />
Con l&#8217;avvento del comunismo nel 1949, la Cina non sembra aver subito sconvolgimenti particolarmente profondi nel suo funzionamento statale già profondamente socializzato. È bastato semplicemente cambiare il clan dei dirigenti. Autoritarismo, dirigismo, totalitarismo erano già in atto da molto tempo. Soltanto che la dottrina marxista ha sostituito quella confuciana.<br />
Infine, osserva E. Balazs: “Non c&#8217;è alcuna classe dominante la cui longevità, ricchezza d&#8217;esperienze e il cui successo, potrebbero essere paragonabili a quella del mandarinato&#8230; Questa costosa struttura era utile e necessaria. L&#8217;omogeneità, la durata e la vitalità della civiltà cinese erano tali a questo prezzo”. L’alternativa era tra la burocrazia celeste e il disordine, bisognava quindi scegliere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il sistema dell’assunzione per concorso in Cina</strong><br />
Riprendo gli invii in questa lista col proposito di fare particolare attenzione alla Cina. È una civiltà di cui si conosce poco. In questo Settembre in cui magari uno si cerca un nuovo lavoro, vi segnalo queste notizie circa una delle invenzioni cinesi più durature: l’assunzione per concorso.<br />
Creata per controbilanciare il potere eccessivo dell’aristocrazia militare, l’istituzione aveva preso una forma definitiva sotto i Tang nel VII e nell’VIII secolo (il primo concorso risalirebbe all’anno 606, sotto l’imperatore Yangdi dei Sui).<br />
All’epoca dei Song, il sistema dell’assunzione per concorso raggiungerà la massima perfezione; solo in seguito degenererà divenendo, sotto gli imperi autoritari dei Ming e dei Qing, un meccanismo pesante che ostacolerà, anziché favorire, la promozione sociale.<br />
I candidati, in numero molto ristretto, venivano proposti dalle autorità locali — da uno a tre per prefettura fino al 737 — o provenivano dalle scuole statali stabilite nella capitale. Vi erano differenti tipi di concorsi (erudizione classica, diritto, storia della scrittura, matematiche, capacità militari con prove di tiro e di forza fisica), ma il più prestigioso e il più ricercato era un concorso di cultura generale e di attitudine alla redazione che comportava una prova di poesia. Le riforme adottate sotto i Song, alla fine del X secolo, consistettero nel creare tre livelli in modo da ampliare il reclutamento (concorsi di prefettura, concorsi controllati nella capitale dai segretariato imperiale, concorsi organizzati nel palazzo, in presenza dell’imperatore), nel conservare alla fine un solo tipo di concorso e nel garantire l’obiettività delle prove con varie disposizioni quali l’anonimato delle copie.<br />
Come sotto i Tang e nelle altre epoche della storia, il successo nei concorsi non era necessariamente seguito da una nomina nei quadri dell’amministrazione imperiale, salvo per coloro risultati primi nella lista, i quali facevano una rapida carriera. Altri procedimenti servivano egualmente alla promozione dei funzionari, fra cui un sistema di raccomandazione che rendeva l’autore responsabile delle colpe e degli errori del suo protetto, e il ricorso a note per quanto possibile obiettive.<br />
Lo sviluppo del sistema dei concorsi dall’XI al XIII secolo doveva conferire al corpo dei funzionari civili un peso considerevole nell’organizzazione politica e nella società di quei tempi. In nessun altro periodo della storia, i « mandarini » hanno esercitato un controllo tanto efficace sulla direzione dello stato. Le favorite, le imperatrici e le loro famiglie, gli eunuchi, tutte le persone vicine al sovrano, al corrente degli intrighi del palazzo e che riuscirono in altri momenti a orientare o anche a dirigere di fatto gli affari dello stato, sembrano aver perduto qualsiasi influenza all’epoca dei Song. Gli imperatori stessi svolgono una funzione modesta e lasciano i loro ministri alla ribalta.<br />
Gernet J., &#8220;Il mondo cinese,&#8221;, Einaudi, pag. 284<br />
Il « sistema degli esami » cinese è descritto per la prima volta da Mendoza nel 1585 e da Monfort de Feynes nel suo Voyage jait par terre depuis Paris jusqu’à la Chine. Ma l’idea dei concorsi d’assunzione per i pubblici impieghi compie rapidi progressi a partire dalla fine del XVIII secolo. Nel suo Despotisme de la Chine (1767), Francois Quesnay propone che il re si faccia assistere da un consiglio di savi reclutati in tutte le classi della società come i mandarini cinesi. L’esempio della Cina non può essere stato interamente estraneo all’istituzione dei concorsi di assunzione da parte della rivoluzione francese nel 1791. Applicata in India dall’East India Company nell’anno 1800, la medesima istituzione si estenderà alla Gran Bretagna nel 1855 con l’adozione degli esami per il reclutamento del Civil Service.<br />
Le istituzioni ereditate dall’impero dei Ming hanno contribuito fortemente al consolidamento del nuovo potere manciù dopo il 1600 e, più di ogni altra cosa, vi ha contribuito la riapertura dei concorsi ufficiali a partire dal 1656. Il fine immediato era di rinnovare il personale politico e amministrativo, ma orientando tutta l’attività e mobilitando tutte le ambizioni delle antiche classi dirigenti, dal livello dei cantoni a quello del potere centrale, i concorsi hanno permesso, a lungo andare, di associarle strettamente all’esercizio del potere. Unica via d’accesso agli onori e alle responsabilità politiche, i concorsi sono serviti ad inculcare le virtù di devozione e di sottomissione indispensabili all’impero autoritario. Essi hanno inaridito nello stesso tempo l’energia delle generazioni diletterati: il carattere artificiale delle prove si era accentuato dopo l’istituzione dei componenti in Otto parti (bagu) che, secondo Gu Yanwu, si sarebbe imposta a partire dal 1487. Tali vani e sterili esercizi stilistici consistevano nello svolgimento in Otto paragrafi del senso di una frase o di un membro di frase tratta da un Classico, a simiglianza delle nostre dissertazioni con introduzione tesi, antitesi, sintesi e conclusione.<br />
Gernet J., &#8220;Il mondo cinese,&#8221;, Einaudi, pag. 475</p>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2015 09:48:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Nella Corte del Catapano c&#8217;erano varie chiesette, dedicate a San Demetrio, San Eustrazio, San Sofia, San Basilio, San Stefano e San Gregorio. L&#8217;unica a non essere abbattuta per costruire il tempio fu San Gregorio, edificata sul finire del X secolo. Le tre absidi in vista richiamano la sua bizantinità, che trova comunque conferma nella coeva documentazione. Il primo riferimento è costituito dalla pergamena del marzo 1015 con cui Mele, clericus et abbas, custos et rector ecclesie Sancti Gregorii, donava un&#8217;eredità da lui ricevuta a tale Simeone, in cambio della sua protezione. Verso la metà del secolo XI la chiesa divenne proprietà della potente famiglia Adralisto, tanto che nel 1089, parlando di S. Gregorio, l&#8217;arcivescovo Elia definiva la chiesa &#8220;de Kyri Adralisto&#8221;. Nei decenni successivi manteneva questa denominazione, come nel 1136, quando si parla di tale Sifanti venerabilis sacerdotis ecclesie S. Gregorii que de Adralisto dicitur, e ancora nel 1210 quando viene impiegata la variante &#8220;de Agralisto&#8221;. Sui muri perimetrali vi sono undici iscrizioni funebri che indicano come la chiesa di S. Gregorio fosse amata dalla gente del luogo. Diversi di questi nomi rievocano, infatti, i cognomi baresi più caratteristici, come Melipezza e Meliciacca, oltre al nobile Bisanzio Patrizio e al popolare Giovanni Cacatorta. La chiesa mantenne una sua autonomia fino al 22 novembre 1308 allorché, dietro suggerimento del re, l&#8217;arcivescovo Romualdo Grisone la donava alla Basilica. Nel frattempo il legame con gli Adralisto si era dileguato e la denominazione, a partire da qualche attività nelle vicinanze, era divenuta &#8220;de Mercatello&#8221;. [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nella Corte del Catapano c&#8217;erano varie chiesette, dedicate a San Demetrio, San Eustrazio, San Sofia, San Basilio, San Stefano e San Gregorio. L&#8217;unica a non essere abbattuta per costruire il tempio fu San Gregorio, edificata sul finire del X secolo. Le tre absidi in vista richiamano la sua bizantinità, che trova comunque conferma nella coeva documentazione. Il primo riferimento è costituito dalla pergamena del marzo 1015 con cui Mele, clericus et abbas, custos et rector ecclesie Sancti Gregorii, donava un&#8217;eredità da lui ricevuta a tale Simeone, in cambio della sua protezione.<br />
Verso la metà del secolo XI la chiesa divenne proprietà della potente famiglia Adralisto, tanto che nel 1089, parlando di S. Gregorio, l&#8217;arcivescovo Elia definiva la chiesa &#8220;de Kyri Adralisto&#8221;. Nei decenni successivi manteneva questa denominazione, come nel 1136, quando si parla di tale Sifanti venerabilis sacerdotis ecclesie S. Gregorii que de Adralisto dicitur, e ancora nel 1210 quando viene impiegata la variante &#8220;de Agralisto&#8221;.<br />
Sui muri perimetrali vi sono undici iscrizioni funebri che indicano come la chiesa di S. Gregorio fosse amata dalla gente del luogo. Diversi di questi nomi rievocano, infatti, i cognomi baresi più caratteristici, come Melipezza e Meliciacca, oltre al nobile Bisanzio Patrizio e al popolare Giovanni Cacatorta.<br />
La chiesa mantenne una sua autonomia fino al 22 novembre 1308 allorché, dietro suggerimento del re, l&#8217;arcivescovo Romualdo Grisone la donava alla Basilica. Nel frattempo il legame con gli Adralisto si era dileguato e la denominazione, a partire da qualche attività nelle vicinanze, era divenuta &#8220;de Mercatello&#8221;.<br />
La facciata principale aveva tre porte, delle quali le due laterali furono murate nel &#8216;600 per costruire altari all&#8217;interno. Al di sopra di esse vi sono tre ampie monofore con le mostre a grani di rosario, come il portale della vicina S. Marco e le finestre della cattedrale. Più in alto il finestrone circondato da piccole mensole con motivi floreali e piccoli animali.<br />
L&#8217;interno è a tre navate. Due file di quattro colonne, interrotte da pilastri con semicolonne addossate, dividono la navata centrale dalle due laterali. I capitelli appartengono a varie epoche e sono di diversa dimensione. Il primo a destra, con la base piramidale, può essere fatto risalire al VII-VIII secolo dopo Cristo. Il secondo è il più rovinato. Il terzo, di tipo corinzio (con foglie eleganti), offre dei riscontri con S. Michele di Capua, e quindi vanta anch&#8217;esso una veneranda antichità. Due ordini sovrapposti di foglie d&#8217;acanto caratterizzano l&#8217;ultimo capitello. Dal lato sinistro, il primo capitello presenta anch&#8217;esso due ordini di foglie d&#8217;acanto. Sembra che avrebbe dovuto esserci un terzo ordine, ma fu sostituito da un tassello di marmo. Il secondo capitello contiene (ed è l&#8217;unico in tal senso) figure umane. Verso la navata centrale si vede un uomo con dei grappoli d&#8217;uva, mentre verso la facciata interna nord si vede il viso di un uomo dalla capigliatura liscia e con riga al centro. Il terzo presenta in modo sobrio delle foglie acuminate. Il quarto ed ultimo capitello ad un ordine inferiore di foglie d&#8217;acanto sovrappone delle palmette che richiamano l&#8217;arte egizi e trovano delle analogie con alcuni capitelli della cripta di Otranto e di S. Basilio a Troia.<br />
Figure leonine separate da un volto umano caratterizzano, invece, i capitelli delle semicolonne. L&#8217;analogia col capitello del triforio di S. Nicola ha suggerito alla Belli d&#8217;Elia una presenza della bottega del Maestro della cattedra d&#8217;Elia.<br />
All&#8217;interno della facciata ovest (la principale) s&#8217;è conservato l&#8217;affresco (purtroppo l&#8217;unico del genere) di S. Antonio. Mentre un&#8217;iscrizione della facciata interna sud ci informa che per qualche tempo la chiesa fu usata come luogo di sepoltura (nel documento del 1308 si parlava già di un cimitero) dai membri della Confraternita della Passione di nostro Signore: Confratrum et benefactorum huius edis regalis Ecclesiae annexae.<br />
Tra il XVII e il XVIII secolo la chiesa assunse le forme barocche caratteristiche del tempo. L&#8217;abside centrale ospitò l&#8217;altare maggiore con cinque nicchie, in cui più tardi si usò conservare le statue dei misteri (altre due erano collocate al di sopra delle nicchie, ai piedi del crocifisso). Sotto un arco separante la navata centrale da quella sinistra era ubicata una nicchia per conservare la statua di S. Nicola (la stessa che oggi è in Basilica). A sinistra dell&#8217;entrata principale c&#8217;era l&#8217;altare di S. Antonio. Continuando nella navata sinistra c&#8217;erano gli altari di S. Biagio e S. Vito. Nella navata di destra c&#8217;era invece quello del Carmine.<br />
Nel 1928 la chiesa fu liberata degli edifici addossati che la collegavano posteriormente alla Torre delle Milizie, mentre con ulteriori e più radicali restauri nel 1937 l&#8217;architetto Schettini la liberava dei suddetti altari, ridando alla chiesa la sua struttura originale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CRIPTA BASILICA SAN NICOLA: CAPPELLA ORIENTALE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.rrricerche.com/wp-content/uploads/2015/01/sangregorio.jpg"><img class=" size-medium wp-image-128 alignleft" src="http://www.rrricerche.com/wp-content/uploads/2015/01/sangregorio-225x300.jpg" alt="sangregorio" width="225" height="300" /></a><br />
Concretizza in modo visivo il discorso della vocazione ecumenica di Bari e S. Nicola. Sull&#8217;onda del Concilio Vaticano II e dei migliorati rapporti fra cattolici ed ortodossi la Santa Sede ritenne opportuno accogliere i voti dei padri domenicani e dell&#8217;arcivescovo di Bari, Enrico Nicodemo, di ospitare nella Basilica una cappella orientale ove anche gli ortodossi potessero celebrare la loro liturgia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il card. Paolo Giobbe, che insieme all&#8217;allora archimandrita Gennadios Zervos benedisse la cappella, ebbe a dire: E&#8217; la prima volta che in una chiesa latina viene eretta una cappella per la celebrazione della liturgia orientale. Questa realizzazione è uno dei tanti frutti del Concilio Ecumenico. Due anni dopo l&#8217;arcivescovo Nicodemo e i Padri domenicani fondavano anche un Istituto di Teologia ecumenica ove professori e studenti, sia cattolici che ortodossi, potessero insegnare e studiare in spirito di fraterna amicizia.<br />
L&#8217;iconostasi fu eseguita per l&#8217;occasione dall&#8217;artista croato Zlatko Latkovic, autore anche dell&#8217;iconostasi della cappella orientale di Berlino. Attira la curiosità dei visitatori quell&#8217;INB1, invece di INRI (Jesus Nazarenus Rex Iudeorum). La spiegazione è semplice: in greco Rex è Basileus.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>CHIESA  di  SAN GIOVANNI CRISOSTOMO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La chiesa, oggi intitolata a S. Giovanni Crisostomo, in precedenza era dedicata a S. Giovanni Battista, edificata sui resti di un edificio che portava il nome di S. Giovanni a Mare. L&#8217;attuale tradizione conferma tale attribuzione con delle usanze che si svolgono il 24 giugno, festività della nascita del Precursore. Viene così smentita la tesi di chi in passato riteneva che la Chiesa<br />
appartenesse a S. Giovanni Evangelista.<br />
Nonostante le incertezze delle fonti documentarie medioevali possiamo ritenere che le origini di questa chiesa risalgono verso la metà del sec. XI. All&#8217;epoca non risultava intensamente urbanizzata: era circondata dalla corte del Catapano, da un giardino e da un appezzamento di terreno destinato ad aria cimiteriale.<br />
L&#8217;edificio, di proprietà privata ed appartenente alla famiglia Passaro (1091), viene successivamente ricordato, in documenti del XV, XVI e XVII secolo, quale cappella di ius patronatus della famiglia De Alifio, estintasi nel XVI secolo, ed in seguito della famiglia Tresca Carducci e Calò Carducci. Quest&#8217;ultima è stata proprietaria dell&#8217;immobile fino al 1955. In seguito, iniziò a dipendere dagli arcivescovi di Bari.<br />
La chiesa, nella sua struttura originaria, era formata da tre navate: il primitivo impianto terminava con unaabside a cui fa esplicito riferimento la carta del 1091. Gli interventi della seconda metà del XIII sec. che portarono il sollevamento della chiesa all&#8217;attuale livello, la ridussero ad un&#8217;unica navata, coperta da una volta a botte unghiata. Nel presbiterio era collocato l&#8217;altare maggiore, di stile barocco, che comprendeva un importante pezzo di scultura: un pluteo marmoreo, di forma rettangolare che raffigura un leone alato ed un grifo che atterrano rispettivamente un caprone ed un cinghiale: essi si dispongono simmetricamente ai lati “dell&#8217; albero della vita”, il cui vertice racchiude una piccola croce bizantina. La navata comprendeva, inoltre, due altari laterali dedicati uno alla Vergine e l&#8217;altro a S. Nicola ed una statua lignea di S. Giovanni Battista optime sculpita, così viene menzionata in una Santa Visita del 1607 da Decio Caracciolo. Si trovava, inoltre, anche una statua di S. Lucia attribuita al sec. XIV, come pure numerose lapidi tombali; di queste ne è rimasta soltanto una di appartenenza alla famiglia Calò Carducci. Vi erano collocate anche sei tele del XVII e XVIII secolo.<br />
Attualmente l&#8217;edificio ci appare in una ristrutturazione del 1960, formato da un&#8217;unica navata con copertura a capriate lignea. Alla base della parete destra affiorano due archi a tutto sesto che poggiano su pilastri, resti della chiesa a tre navate. Sulla parte sinistra è collocato l&#8217;ambone sul cui fronte è presente una lastra di pietra proveniente dal paliotto dell&#8217; altare dei Calò Carducci del sec. XI. Entrando in chiesa spicca il presbiterio di struttura tardo medioevale che si affaccia nell&#8217;aula ecclesiale con un ampio arco ogivale.<br />
Con l&#8217;affidamento della chiesa alla comunità di rito bizantino, l&#8217;altare maggiore di stile barocco è stato sostituito con uno a forma quadrata, preceduto da una iconostasi dipinta in due ordini: nella parte superiore sono raffigurati scene di santi distribuiti in pannelli: in quella inferiore quattro figure ieratiche: il Salvatore, la Madre di Dio, S. Pietro e S. Paolo. Al centro dell&#8217;abside vi è una tela della Madonna con le mani volte in alto ed il Divino Infante sul petto a firma di M.Buono 1968.<br />
Per motivi di commercio, di studi e di altre attività sociali, la città di Bari, protesa verso l&#8217;oriente, è stata sempre scalo di orientali. Dopo la seconda guerra mondiale, si ebbe un maggior flusso di profughi greci, non solo nel capoluogo, ma anche in altre città della Puglia; per la loro formazione religiosa è stato inviato a Bari p. Giuseppe Ferrari della Eparchia di Lungro su designazione della Santa Sede. Mons. Enrico Nicodemo, dopo aver in precedenza destinato questa chiesa alla liturgia di rito bizantino, il 5 maggio 1957 la costituì parrocchia con giurisdizione per tutti i fedeli orientali della diocesi barese. La sua giurisdizione, pertanto, è di natura personale e non territoriale. Il 18 novembre 1964 vi è stata una dichiarazione integrativa della Sacra Congregazione per le Chiese orientali con la quale si estendeva la giurisdizione del proistamenos sui fedeli del medesimo rito che dimoravano in tutta la Puglia e nella provincia di Matera. L&#8217; 11 novembre 1986, con decreto del Ministero dell&#8217;Interno, si ebbe, da parte dello Stato, il<br />
riconoscimento civile.</p>
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		<title>La Sagra del GRANO a Foglianise (Benevento) dedicata a San Rocco</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2015 09:41:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Le origini di questa Sagra sono lontanissime, addirittura gli storici delle tradizioni popolari campane hanno difficoltà a recuperare i dati storiografici in merito. Però si può ben affermare che possono essere 2 le ipotesi, una pagana ed una di derivazione cristiana, che hanno dato origine a questa singolare sagra. La prima individua le origini della manifestazione nelle cerimonie dedicate alla dea Cerere (divinità femminile agreste). Infatti secondo lo storico latino Strabone, i Sanniti (antica popolazione pre-romana) che abitavano il territorio del Sannio, odierna provincia di Benevento, veneravano fra gli altri dei anche Cere (la Cerere romana e Demetra greca) e per la dea si era soliti svolgere grandi festeggiamenti. Le donne del luogo, solevano intrecciarsi i capelli con spighe di grano e processioni per offrire a Cere pane ed animali. Secondo l’ipotesi cristiana invece, la manifestazione nacque quando la città fu salvata dalla peste che colpì il Regno di Napoli nel 1656, grazie all’intervento miracoloso di San Rocco, nato in Francia (a Montepellier) e pellegrino in Italia, che aveva curato gli appestati, morendo per questa sua opera. La popolazione stabilì di tributare grandi festeggiamenti al Santo per lo scampato pericolo. Oggi la festa prevede una solenne processione proprio in onore di San Rocco con carri addobbati da spighe di grano, spesso veri e propri capolavori creati con l’intreccio di grano e foglie. Il corteo religioso è aperto da una sfilata di donne che recano sulla testa ceste di grano in segno di tributo e ringraziamento. Rosa RIZZI</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le origini di questa Sagra sono lontanissime, addirittura gli storici delle tradizioni popolari campane hanno difficoltà a recuperare i dati storiografici in merito. Però si può ben affermare che possono essere 2 le ipotesi, una pagana ed una di derivazione cristiana, che hanno dato origine a questa singolare sagra. La prima individua le origini della manifestazione nelle cerimonie dedicate alla dea Cerere (divinità femminile agreste). Infatti secondo lo storico latino Strabone, i Sanniti (antica popolazione pre-romana) che abitavano il territorio del Sannio, odierna provincia di Benevento, veneravano fra gli altri dei anche Cere (la Cerere romana e Demetra greca) e per la dea si era soliti svolgere grandi festeggiamenti. Le donne del luogo, solevano intrecciarsi i capelli con spighe di grano e processioni per offrire a Cere pane ed animali. Secondo l’ipotesi cristiana invece, la manifestazione nacque quando la città fu salvata dalla peste che colpì il Regno di Napoli nel 1656, grazie all’intervento miracoloso di San Rocco, nato in Francia (a Montepellier) e pellegrino in Italia, che aveva curato gli appestati, morendo per questa sua opera. La popolazione stabilì di tributare grandi festeggiamenti al Santo per lo scampato pericolo.<br />
Oggi la festa prevede una solenne processione proprio in onore di San Rocco con carri addobbati da spighe di grano, spesso veri e propri capolavori creati con l’intreccio di grano e foglie. Il corteo religioso è aperto da una sfilata di donne che recano sulla testa ceste di grano in segno di tributo e ringraziamento.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Rosa RIZZI</strong></p>
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		<title>L&#8217;estate</title>
		<link>https://www.rrricerche.com/lestate/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2015 09:40:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>E’ finalmente giunta l’estate, il sole arde nel cielo come attesta anche il nome della stagione aestas in latino, derivante dal verbo aestuare che significa avvampare. E’ il tempo in cui giungono a maturazione le messi ed i frutti, dal frumento all’uva, e in questa stagione i raggi del sole, prima di inclinarsi nel presagio dell’autunno, stendono una forte luce dorata sull’immobilità della calura. Per la nostra antica civiltà contadina, l’estate è vissuta nel suo splendore, come una benedizione divina. Un antico proverbio salentino infatti dice “lu state è la manna de li poveridde” ossia l’estate è la ricchezza dei poveri. All’inizio dell’estate, nelle lunghissime giornate di fine giugno, si miete il frumento, una raccolta una volta impregnata di sacralità ed accompagnata spesso da riti ispirati alla credenza che vedeva il raccolto manifestazione di una forza o potenza sacra. L’usanza ormai scomparsa di gettare in acqua un fantoccio vegetale oppure di bruciarlo era l’eco brutale che in tempi remoti implicava un sacrificio umano. Inoltre l’ultimo fascio di grano tagliato nella mietitura si chiamava “il morto”, ed è la ragione per cui nelle credenze la morte dello spirito della vegetazione dell’estate si celebra a mezza estate, dopo il quale i giorni cominciano ad accorciarsi ed il sole nel suo “viaggio” comincia a declinare. Rosa RIZZI</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">E’ finalmente giunta l’estate, il sole arde nel cielo come attesta anche il nome della stagione aestas in latino, derivante dal verbo aestuare che significa avvampare. E’ il tempo in cui giungono a maturazione le messi ed i frutti, dal frumento all’uva, e in questa stagione i raggi del sole, prima di inclinarsi nel presagio dell’autunno, stendono una forte luce dorata sull’immobilità della calura.<br />
Per la nostra antica civiltà contadina, l’estate è vissuta nel suo splendore, come una benedizione divina. Un antico proverbio salentino infatti dice “lu state è la manna de li poveridde” ossia l’estate è la ricchezza dei poveri.<br />
All’inizio dell’estate, nelle lunghissime giornate di fine giugno, si miete il frumento, una raccolta una volta impregnata di sacralità ed accompagnata spesso da riti ispirati alla credenza che vedeva il raccolto manifestazione di una forza o potenza sacra. L’usanza ormai scomparsa di gettare in acqua un fantoccio vegetale oppure di bruciarlo era l’eco brutale che in tempi remoti implicava un sacrificio umano. Inoltre l’ultimo fascio di grano tagliato nella mietitura si chiamava “il morto”, ed è la ragione per cui nelle credenze la morte dello spirito della vegetazione dell’estate si celebra a mezza estate, dopo il quale i giorni cominciano ad accorciarsi ed il sole nel suo “viaggio” comincia a declinare.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Rosa RIZZI</strong></p>
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		<title>La donna del ‘600</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2015 09:35:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La Terra di Bari nel seicento rientrava in quello che era il Vicereame spagnolo la cui massima autorità era rappresentata da un Viceré, che durava in carica 3 anni. Il Governo spagnolo in Italia faceva capo ad un Consiglio supremo che aveva la sua residenza in Madrid ed era composto da ministri i quali lontani dalle terre soggette erano totalmente ignari delle realtà sociali dei sudditi. Di questi infatti non conoscevano le necessità e, soprattutto lo stato di grande miseria in cui versava la plebe. Di riscontro mai come in quel periodo i signorotti locali misero in atto soprusi, pretese e crudeltà che spesso sfociavano in duelli tra loro per rivendicare privilegi ingiustificati. Le popolazioni erano continuamente vessate dalla presenza di gente armata dentro e fuori le mura che cingevano i paesi e le città. Da sottolineare anche i drammatici episodi del continuo ed esoso pagamento delle gabelle a cui il popolo era sottoposto, delle continue carestie, delle ricorrenti epidemie, che mietevano migliaia di vittime, oltre che dalle calamità che naturalmente si scatenavano (terremoti, bradisismi, alluvioni, siccità ecc) ed oltre alle calamità volute dai governanti : le guerre. In questo “backgraund” storico si svolgeva la vita quotidiana del popolo, dedito a diverse attività (agricole, artigianali, di mare, di commercio). E la donna ? Quale ruolo aveva nella società del tempo ? Erano le donne le custodi delle case, accudivano mariti e figli cercando di essere molto parche nel risparmio. Una delle attività più diffuse tra le donne del seicento era [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La Terra di Bari nel seicento rientrava in quello che era il Vicereame spagnolo la cui massima autorità era rappresentata da un Viceré, che durava in carica 3 anni. Il Governo spagnolo in Italia faceva capo ad un Consiglio supremo che aveva la sua residenza in Madrid ed era composto da ministri i quali lontani dalle terre soggette erano totalmente ignari delle realtà sociali dei sudditi. Di questi infatti non conoscevano le necessità e, soprattutto lo stato di grande miseria in cui versava la plebe. Di riscontro mai come in quel periodo i signorotti locali misero in atto soprusi, pretese e crudeltà che spesso sfociavano in duelli tra loro per rivendicare privilegi ingiustificati. Le popolazioni erano continuamente vessate dalla presenza di gente armata dentro e fuori le mura che cingevano i paesi e le città. Da sottolineare anche i drammatici episodi del continuo ed esoso pagamento delle gabelle a cui il popolo era sottoposto, delle continue carestie, delle ricorrenti epidemie, che mietevano migliaia di vittime, oltre che dalle calamità che naturalmente si scatenavano (terremoti, bradisismi, alluvioni, siccità ecc) ed oltre alle calamità volute dai governanti : le guerre.<br />
In questo “backgraund” storico si svolgeva la vita quotidiana del popolo, dedito a diverse attività (agricole, artigianali, di mare, di commercio).<br />
E la donna ? Quale ruolo aveva nella società del tempo ? Erano le donne le custodi delle case, accudivano mariti e figli cercando di essere molto parche nel risparmio. Una delle attività più diffuse tra le donne del seicento era quella della filatura, mentre alla tessitura, che avveniva nelle proprie case, si dedicavano un numero più ristretto di donne poiché solo poche potevano permettersi di acquistare un ‘argata ossia un telaio per tessere corredato da tutti gli accessori. Ciò ben si evince dai vari contratti matrimoniali sottoscritti dai notai del ‘600 dai quali si apprende che “l’argata tutta fornita” era uno dei beni più prestigiosi che una donna potesse portare in dote. E non importava che tale attrezzatura fosse già stata usata dalla madre della sposa e talvolta addirittura dalla nonna. In alcuni casi l’argata era data in dote col preciso vincolo che se ne potesse servire ancora la madre della sposa o che se ne potesse servire la sorella nubile della sposa la quale, doveva pur’ella imparare a tessere per prepararsi al matrimonio.<br />
Una preziosa funzione sociale e morale svolgevano le levatrici (le mammare) che rispondevano del loro operato non solo all’autorità civile finanche a quella ecclesiastica. Accanto a tutto questo va annotato il ruolo dominante (e spesso arrogante) delle nobildonne attorniate quotidianamente da cortigiane e damigelle ed il proliferare della popolazione dei conventi e monasteri femminili che erano pieni di novizie, suore e badesse appartenenti a famiglie nobili le quali tutte portando una cospicua dote incrementavano le proprietà conventuali.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Rosa RIZZI</strong></p>
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